Essere umani, alla faccia di ChatGPT

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Ormai non passa giorno che non ci si imbatta, dalle riviste scientifiche ai talk show, in qualcuno che parli di Intelligenza Artificiale (e con questo editoriale mi ci metto anch’io, sperando, tuttavia, di indurvi una riflessione da una prospettiva originale). E in allineamento perfetto con l’attuale modello mediatico, meglio se si tratta il tema profetizzando catastrofi e mondi distopici in cui le macchine ci domineranno. Vale sempre la regola, purtroppo, dello stupire e spaventare, spesso accompagnata da mancanza, anche minima, di conoscenza.

Comunque il “fiume carsico” che come addetti ai lavori già si vedeva scorrere da almeno un decennio, quello cioè rappresentato da uno sviluppo tecnologico digitale che ci avrebbe portato a un punto in cui il rischio di degenerazioni potesse essere parallelo agli enormi vantaggi raggiunti e prospettati, ebbene quel fiume è impetuosamente emerso. Ed ecco allora che l’AI generativa e il chatbot ChatGPT diventa il paradigma dell’oscura intelligenza che muove e condiziona. Certo è indubbio che alcuni fatti hanno evidenziato come la struttura dell’AI generativa sia attualmente un territorio in cui le tecniche evolute di machine learning accoppiate a meccanismi di controllo e di garanzia di apprendimento non deviato non sono sufficienti a evitare approcci fraudolenti, condizionanti, fuorvianti. Da un punto di vista tecnico ci sono schiere di sviluppatori che si divertono (e altri che cercano di fare business illegali) ad aggirare il livello di “coscienza etica” di questi sistemi. Un recentissimo report di Public Citizen, un’organizzazione non profit americana che difende gli interessi dei consumatori, in una una trentina di pagine tratta di tutti gli abusi (e i rischi di potenziali utilizzi fraudolenti) messi a punto negli ultimi tempi dall’uso distorto di ChatGPT. Con rischi, realmente corsi, sul piano delle garanzie democratiche, nella proposta di prodotti e servizi ai consumatori, perseguendo discriminazioni razziali e di genere, nell’area dei diritti del lavoro e anche nell’impatto ambientale legato a questi tool di “generative AI” e alla loro necessità di grandissimo aumento computazionale dei sistemi.

Stiamo ormai assistendo ad allarmi di ogni tipo e provenienti da ogni parte. Capolavori della pittura e della musica dipinti e suonati alla perfezione da sistemi intelligenti, nuove opere d’arte, poesie, canzoni, relazioni e tesi universitarie generate da sistemi di AI, gli attori e i registi star di Hollywood, Cloney, Hanks e Spielberg in testa, che denunciano il rischio degli algoritmi generativi di sostituire, sull’altare di una umanamente insostenibile super produttività, autori e sceneggiatori nelle loro fasi di ideazione e fantasia. Mentre sono recenti le dimissioni, dopo dieci anni di lavoro presso Google, di Geoffrey Hinton, psicologo cognitivo e scienziato informatico tra i maggiori contributori agli studi dell’Intelligenza Artificiale e, insieme ad altri due colleghi (uno dei quali è tra i chief developer di Chat GPT di OpenAI), vincitore nel 2018 del Premio Turing nell’ambito degli studi dell’apprendimento profondo, preoccupato da un sempre più difficile controllo sulle tecnologie di AI. È solo l’ultimo in ordine di tempo di grandi studiosi delle scienze cognitive applicate alle tecniche di Intelligenza Artificiale, che vede un futuro difficile da gestire sul piano dell’etica, dell’onestà, del rischio di utilizzo fraudolento in ogni area in cui questi sistemi di AI vengono applicati e delle loro potenzialmente incontrollate capacità di autoapprendimento e decisione.

Che fare, allora? Come non cadere nella trappola del rifiuto luddista? Della nostalgia miope del passato analogico e del rifiuto di misurarsi con il nuovo? È una riflessione e un’azione profonda, quella che deve essere svolta. Ci sono tanti filosofi oggi che stanno affrontando questo tema traendo linfa dai pensatori greci e perfino da radici antropologiche di popolazioni meno contaminate dal nostro “progresso”. Ma a mio avviso bisogna evitare l’esercizio teorico, il parlarsi addosso e ricercare nella società attuale, soprattutto nelle giovani generazioni, il percorso giusto che faccia emergere l’essenza umana. Si tratta di ricercare strumenti che agevolino la condivisione sul valore dell’essere, del sentire, del relazionarsi; strumenti culturali, oltre che tecnologici, che privilegino il sentire di sé, la voglia del confronto con il reale e con il senso del vivere. Considerando il digitale strumento utile per accrescere e amplificare questo percorso, per giungere all’obiettivo e non essere noi, invece, strumenti al servizio, con i nostri dati, il nostro tempo, la nostra intelligenza e la nostra fatica, di un meccanicismo esasperato che ci vuole omologare, che ci considera numeri, cluster di consumatori e generatori di like, favorendo interessi e business a noi lontani e a discapito del nostro essere vivi e magari pure felici.

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Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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