Professioni digitali per donne e uomini nuovi

Condividi

Sempre più interessanti si prospettano gli scenari futuri legati alle nuove professioni digitali. Può però essere utile, quando si affronta questo discorso, mettere alcuni punti fermi per non cadere in facili stereotipi. È ormai scientificamente dimostrato da una serie di studi che le differenze tra i cervelli di uomini e donne sono praticamente inesistenti. Si tratta soprattutto di diversità strutturali legate alla massa: il cervello femminile, in rapporto alle dimensioni globali del corpo, sarebbe dell’11% più piccolo di quello maschile. Oltre a un emisfero di sinistra (quello del pensiero logico, razionale, analitico, lineare e al centro del linguaggio verbale) e uno di destra (deputato invece al pensiero visivo, emozionale, alla creatività, all’elaborazione parallela delle informazioni e al centro del linguaggio non verbale), maschi e femmine sono entrambi dotati di una componente fondamentale: l’intelligenza emotiva, cioè quella capacità di saper riconoscere e gestire le proprie e le altrui emozioni. Tuttavia è qui che, sempre dagli studi, si sono rilevate le maggiori differenze tra i generi. Le donne, come è noto, sembrano più propense degli uomini a una maggiore espressività emotiva, con maggiori capacità di verbalizzare queste emozioni, atteggiamenti più accoglienti ed empatici nei confronti dell’altro, capacità di comprensione dell’altrui emotività. Se non è quindi una questione “strutturale”,  dove nascono allora, sempre inevitabilmente generalizzando, queste differenze tra i sessi? Il focus va ricercato nella singola persona come soggetto plasmabile, nelle proprie neuro strutture, da elementi quali l’ambiente, la cultura, le interazioni sociali, la propria personalità. Tutte cose che condizionano e “scolpiscono nel tempo” i nostri comportamenti e attitudini e che differenziano i due gruppi, uomini e donne, pur nella similitudine dei loro cervelli sotto il profilo fisiologico e anatomico. Quindi, anche nel caso in cui, come vedremo, stanno aprendosi sempre più nuove e articolate professioni indotte dalla diffusione digitale, non dovremmo focalizzarci tanto sul genere di appartenenza per indicare una particolare predisposizione, quanto su cosa e come fare per favorire lo sviluppo delle specificità di ogni individuo.

Interessante, a questo punto, scorrere velocemente alcune delle numerose professioni del futuro, riportate all’interno di una recente ricerca Randstad Research, guardando nello specifico a quelle collegate allo sviluppo digitale, anche se ormai le tecnologie di information technology impattano trasversalmente numerosi settori: designer di intermodalità; analista della sostenibilità; digital twin modelist; data strategy specialist; smart building architect; broker delle tecnologie; cyber calamity forecaster; designer di negozi phygital; esperto di human centered design; esperto di AI per la mobilità; filosofi digitali (reinterpretano alcuni principi filosofici del passato alla luce degli impatti della fisica, matematica, metafisica e computer science sulla realtà, sulle persone e sulla società); e poi tutto il tema della telemedicina e della sanità digitale con specialisti di tecnologie assistenziali, un filone che apre a decine di nuove figure professionali specializzate nell’inclusione digitale di persone anziane attraverso nuove tipologie di servizi. E ancora: sviluppatori di tecnologie per l’accessibilità; terapisti dell’intelligenza artificiale per la salute emotiva; progettisti di piattaforme digitali urbane; esperti di AI per la mobilità e tantissimi altri ancora.

Risulta evidente, da questa breve elencazione, come sia importante saper fondere, in queste professioni future, la competenza informatico-scientifica con quella umanistica-emozionale-relazionale che mette al centro la persona, curando gli impatti sul versante etico, di inclusione, di equità e di sostenibilità delle tecnologie digitali e dell’Intelligenza Artificiale in particolare. E questo vale anche per quelle figure a più alto tasso tecnologico ma il cui lavoro spesso determina effetti a cascata su ambienti e persone. Allora è qui che uomini e donne devono cercare di uscire dai cliché stratificati da decenni di condizionamenti più o meno espliciti. I maschi cercando di aprire la propria personalità e sensibilità soft, lasciando spazio a modalità di comprensione, immedesimazione e inclusione, accanto a razionalità tecnologiche e approcci pragmatici. Le donne, che spesso dispongono di una forte componente di capacità organizzativa, di razionalizzazione e di “saper fare”, devono anch’esse scrollarsi di dosso, molto più faticosamente, i “pregiudizi della storia”. Riconoscere, riscoprire e alimentare la loro predisposizione tecnico-scientifica, latente e oscurata, e affrontare gli elementi alla base di queste nuove professionalità: le discipline Stem (science, technology, engineering, mathematics). E su questo fronte c’è tanto da lavorare. Secondo le analisi di McKinsey, solo un laureato su tre nelle materie Stem è di sesso femminile (38%).

Fondazione Deloitte, pur registrandosi un aumento della domanda di profili tecnico-scientifici a livello europeo, i laureati in queste discipline sono ancora pochi, in media il 26% in paesi come Spagna, Malta, Grecia, Uk, Francia e Germania. La percentuale scende al 24,5% in Italia e tra le donne, solo il 15% ha scelto di studiare queste materie. Lavori in corso, quindi, non solo per avviare una formazione e una forma mentis sia di tipo scientifico sia umanistico, ma anche per “scrostare” decenni di condizionamenti nei confronti dei due sessi. Il futuro digitale aspetta donne e uomini nuovi.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

Altri Editoriali

Vuoi vendere? Vienimi più vicino (CLOSER)

Ho avuto recentemente modo di approfondire il sales framework...

Gen AI al lavoro su allucinazioni e nuovi chip

Recentemente mi sono trovato a un incontro di grande...

Il lavoro è ancora una priorità?

Siamo fuori ormai da un po’ dal lockdown e...

AI generativa: ora che c’è, come dobbiamo usarla?

L’ascesa dell’Intelligenza Artificiale generativa rappresenta uno dei momenti di...

Agenti e programmatori per i superpod dell’AI

L’architettura dei data center per l’AI richiede che chip...

Siete pronti per le riunioni alle 8 del mattino?

Con lo stesso fervore riservato ad argomenti come Quiet...