Produzione di chip: l’Europa ha capito la lezione?

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Il mercato dei semiconduttori, passato dai 450 B$ del 2020 ai 556 B$ del 2021, supererà i 1.000 B$ nel 2030 secondo tutte le stime disponibili.

Oggi le valutazioni decennali hanno un senso ridotto e comunque non tutti i chip sono stati creati uguali, per cui è difficile esprimere un parere sintetico. È chiaro che i chip servono: produce e usa molti chip per le auto, ha la leadership mondiale nella litografia con l’olandese NXL e considera europea la fabbrica Intel d’Irlanda, l’unica sotto i 20 nm.

Ma l’Europa è indietro e sempre più indietro va.

chips act, Produzione di chip: l’Europa ha capito la lezione?
Un esempio semplificato dei vari passi nella produzione di chip video (Working Document del Chips Act proposto, p. 11).

Aspettando il Chips Act

Si sta provando a invertire il trend con il Chips Act, una regolamentazione che consentirà di convogliare investimenti pubblici per raggiungere il 20% della produzione mondiale di chip nel 2030.

In condizioni omogenee, vorrebbe dire fatturare almeno 200 B$ quell’anno. Ipotizzando un inizio nel 2023 a partire da un fatturato di diciamo 30 B$ e una crescita lineare (non sarà così, ma l’errore dovrebbe essere accettabile), il fatturato complessivo dovrebbe superare i 1.000 B$.

Gli strumenti finora impiegati rientrano nelle categorie IPCEI (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo) e KDT-JU (Key Digital Technology Joint Undertaking), con quest’ultimo che potrebbe essere specializzato proprio sui chip.

Il progetto dovrebbe portare a sviluppare in Europa una larga maggioranza delle lavorazioni, fino a 1.500, che portano dalle materie prime ai chip stessi, almeno a quelli più complessi.

Il Chips Act, facciamo notare, è ancora fermo. I dati di questo articolo provengono in larga parte dal relativo Staff Working Document, un libro di 131 pagine presentato in maggio (scaricabile qui) per future discussioni.

Alcune citazioni qui e là mostrano attenzioni corrette, come quelle per la produzione di Gan/SiC nell’elettronica di potenza (a partire dalle batterie per auto) e anche un frequente uso del termine quantum (computing), che speriamo abbiano un adeguato seguito.

Tornando ai grandi numeri generali, nella formulazione attuale, l’investimento europeo nel decennio dovrebbe essere direttamente di 43B€, ai quali si dovrebbero aggiungere altre quote private, rilevanti ma non rilevantissime.

Diciamo che al momento si potrebbero sfiorare i 60 B€ complessivi. Ora 60 in 8-10 anni, per produrre 1.000, sarebbero certamente un bellissimo risultato.

Ma questo progetto può funzionare?

La farraginosità del processo di decisione europeo e la frammentazione del tessuto tecnologico continentale (per l’Italia nei chip vengono citati solo il CNR e il PoliMI) renderanno quasi impossibile impostare industrie che diventino produttive in tempi ridotti.

Sul piano della formazione, inoltre, non si conoscono al momento piani che abbiano portato modifiche rilevanti al numero di addetti di vario livello disponibili in una qualsiasi area tecnica, figuriamoci nella produzione di chip.

Chiediamolo a Intel

Non resta che affidarci a chi le industrie le sa fare. Intel è l’azienda che ha fatto la storia del microprocessore.

Quando la maggior parte dei produttori anche statunitensi ha delegato la produzione a silicon foundry in Oriente, principalmente a Taiwan, l’azienda fondata da Noyce e Moore ha continuato a investire in fabbriche proprie. Oggi il fatturato di Intel è di 79 B$ (2021).

Diciamo questo perché anche Intel ha annunciato un piano decennale di investimenti in Europa, mettendo sul piatto 80 B€.

Ovviamente l’Europa si appoggia su iniziative come quella di Intel, e altre ne cercherà tra chi è in grado di sviluppare fabbriche reali e mantenerle operative.

Ma perché mai un produttore non europeo dovrebbe portare da noi lo stato dell’arte?

E chi ha detto che venderà a noi i chip prodotti in sue fabbriche allocate in Europa?

Il confronto con le batterie

Per fare un parallelo, una situazione solo parzialmente analoga è quella che si sta generando sul fronte delle batterie per veicoli elettrici (e tanti altri impieghi).

Questo settore colpisce molto i media, anche grazie al termine gigafactory usato da Tesla e poi associato a tutti gli impianti.

Sempre indirizzata alla scadenza del 2030, l’azione europea sulle batterie si sta rivelando molto interessante, con grande attenzione alle filiere locali e alle tecnologie alternative e anche alla sostenibilità (un grazie all’esempio della svedese Northvolt).

Anche lì c’è qualche dubbio sugli eventi attesi dopo il 2030, ma ci sarà tempo. Intanto la produzione sale e con esse l’adeguamento delle filiere produttive. Altre azioni, tra le quali la filiera dell’idrogeno come energy storage, lasciano ancora più perplessi.

Per quanto riguarda i chip, i dubbi saranno almeno in parte fugati dalle reali azioni che verranno intraprese nei prossimi mesi e quindi negli anni successivi.

Staremo a vedere.

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Leo Sorge
Leo Sorge
Leo Sorge è laureato in ingegneria elettronica, ma ha preferito divulgare scienze e tecnologie reali o presunte. Ritiene che lo studio e l’applicazione vadano separate dai risultati attesi, e che l’ambizione sia il rifugio dei falliti. Ha collaborato a molte riviste di divulgazione, alle volte dirigendole. Ha collaborato a molti libri, tra i quali The Accidental Engineer (Lulu 2017), Lavoro contro futuro (Ultra 2020) e Internetworking (Future Fiction 2022). Copia spesso battute altrui, come quella sull’ambizione e anche l’altra per cui il business plan e la singolarità sono interessanti, ma come spunti di science fiction.

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