Chips Act 2.0: la Germania ha già il suo uomo a Bruxelles, e l’Italia?

All’interno del pacchetto più ampio sulla sovranità tecnologica europea, il 3 giugno 2026 in Parlamento Europeo è stato presentato il Chips Act 2.0, che con ogni probabilità verrà assegnato alla Commissione ITRE (Industria, Ricerca ed Energia), la stessa della prima release. Sette settimane dopo, il testo è ancora sul tavolo del Parlamento e nessuno, ufficialmente, ne è ancora responsabile. Ma qualcuno, ufficiosamente, ha già alzato la mano. Ed è tedesco.

Ricordiamo il primo Chips Act. In vigore dal 2023, puntava a portare la quota europea di produzione mondiale di semiconduttori dall’8-9% al 20% entro il 2030. A metà 2026 le stime più aggiornate la inchiodano attorno al 12%: oltre 50 miliardi di euro tra pubblico e privato mobilitati, progetti “first-of-a-kind” in ritardo, e una frammentazione tra Stati membri che nessuna consultazione pubblica (chiusa a novembre 2025) è riuscita a nascondere. Un fallimento, diciamolo, anche se a Bruxelles nessuno userà mai questa parola.

Detto questo, non è tutto da buttare. Linee pilota pronte al ramp-up, centri di competenza nazionali,  meccanismi di coordinamento tra Stati e anche tra macroaree: si pensi all’accordo di produzione con l’iniziativa giapponese Rapidus. Si sta costruendo un’infrastruttura reale, e la versione 2.0 dichiara di volerci costruire sopra, correggendo la burocrazia e i tempi di autorizzazione che hanno affossato il primo giro. Il problema è: lo dicevano anche del primo.

Vediamo ora la versione reloaded (tecnicamente Repealing Regulation).

Sulla scheda del Parlamento europeo lo stato del dossier è “fase preparatoria”, con relatore, relatori per parere e relatore per la valutazione di bilancio tutti segnati come “in attesa di decisione finale sul deferimento”. Tradotto: la commissione competente, quasi certamente la ITRE come per il primo giro, non ha ancora messo a verbale nessun nome. Normale, per un testo che ha sette settimane di vita.

Ma Ecke si è già mosso

Il 24 luglio l’eurodeputato tedesco Matthias Ecke (SPD, S&D) ha annunciato su LinkedIn di essere stato designato dal suo gruppo come relatore ombra per il Chips Act 2.0. Tre le priorità che rivendica: costruire su ciò che ha funzionato nel primo Chips Act (i progetti first-of-a-kind e i relativi fondi) e rafforzare i cluster regionali con la nuova etichetta “Regione di Eccellenza”. Si tratta di puntare sull’interdipendenza strategica invece che sull’autosufficienza: rendere l’Europa indispensabile nelle catene del valore globali, non isolata da esse. Attenzione alla scelta corretta, che deve puntare tutta ad avere tutta la catena del valore nell’Europa degli europei, incluse le foundry più avanzate.

Quella di Ecke è una nomina interna al gruppo S&D, non ancora un fatto ufficiale in commissione. Indica che S&D non avrà il relatore, come nella release 1? Ma la Sassonia, dove Ecke è di casa, è uno dei poli più forti d’Europa sui chip, e la Germania si muove di conseguenza. L’Italia, se vuole contare qualcosa in questo dossier, deve almeno provarci.

Sotto il post di Ecke si ritrova, punto per punto, il canovaccio che gira da mesi nel dibattito sui chip europei. L’Europa pianifica mentre Cina, Stati Uniti, Taiwan, Vietnam, Singapore e India eseguono. Da noi serve più collaborazione tra imprese, ricerca e investitori per portare le tecnologie dal laboratorio al mercato, il famoso superamento del TRL 4/7. Le infrastrutture ci sono già e vanno solo sfruttate meglio, con pilot line più rapide e accesso semplificato per le PMI, come sta facendo da noi la Fondazione Chips.it.

Tutto vero, tutto già sentito. Manca però l’argomento che secondo me pesa più di tutti gli altri messi insieme: la riforma del procurement pubblico europeo. Se non si obbligano gli enti pubblici — e a cascata i settori critici — a comprare chip europei, anche quando costano di più o performano un po’ peggio di un equivalente asiatico o americano, tutto il resto è teoria. Si può finanziare la ricerca all’infinito, ma senza un mercato garantito nessuna filiera europea arriverà mai alla scala che serve per abbattere i costi e competere davvero. E se è vero che la versione 2 (insieme al CADA, Cloud and AI Development Act) punta sulla demand-side policy, ovvero proprio sul procurement, le chiacchiere stanno a zero e le lobby sono fortissime: serve un impegno esplicito e forte anche in questa direzione. Come la Cina ha già fatto.
“Sfruttare le dinamiche degli appalti è fondamentale, ma una politica generica incentrata sulla domanda non significa nulla di per sé”, ho commentato al post di Ecke; “dobbiamo imporre un impegno formale a tutte le organizzazioni interessate affinché acquistino una percentuale garantita di chip europei per un periodo di 3-5 anni”.

Che si muovano gli italiani

Teoricamente, ogni gruppo europeo (a parte l’equivalente del gruppo misto) ha diritto a un controrelatore. ITRE comprende 90 membri, dei quali cinque in direzione: presidente il polacco Borys Budka (PPE), vicepresidenti Tsvetelina Penkova e l’italiano Giorgio Gori (S&D, che ha già scelto Ecke), l’italiana Elena Donazzan (ECR) e Yvan Verougstraete (Renew Europe).

Elena Donazzan (ECR) è già relatrice dello Space Act, la prima legge spaziale europea. Un dossier industriale-tecnologico di complessità paragonabile, gestito con un’impostazione dichiarata su neutralità tecnologica e politica industriale.

Nelle fila di The Left compare anche l’italiano Dario Tamburrano, non vicepresidente ma con un curriculum interessante nel panorama italiano: esperienza pre-parlamentare diretta in intelligenza artificiale, IoT e blockchain, già relatore su un regolamento europeo di etichettatura energetica.

Altri italiani sono in Commissione, ma tecnicamente cedono qualcosa a questi due, che hanno già maneggiato, su un dossier vero, la materia industriale-tecnologica ad alta complessità che il Chips Act richiede.

Stiamo competendo per un relatore?

In questa questione è opportuno parlare di tecnologia e credibilità. In Italia lo sforzo sui chip c’è: impianti, filiera di sub-fornitura, centri di ricerca, un dibattito pubblico più maturo di qualche anno fa. Ma la competizione per contare in questa legge è spietata: otto gruppi politici, ventisette delegazioni nazionali, un dossier che sposterà miliardi e detterà le regole con cui l’industria europea dei chip si giocherà il prossimo decennio. E in Europa sono moltissimi i Paesi con una propria strategia sui chip, con la competizione più forte dell’integrazione europea.
Formalmente però la nomina del relatore è ancora aperta, e certamente lo è nei controrelatori (a parte S&D). Donazzan è già relatrice, ma -a parte la fatica- il sistema di assegnazione del relatore al gruppo (metodo D’Hondt) è comunque trattabile tra i gruppi.

Quindi l’Italia potrebbe avere un relatore ombra italiano anche per il Chips Act 2. Questo risultato va cercato indipendentemente dalle diatribe politiche italiane. Ecco perché se ci sono le condizioni per il relatore potremmo proporre Donazzan, se si può puntare al controrelatore allora puntiamo su Tamburrano. Uno di questi due posti è essenziale per avere di prima mano le informazioni necessarie per portare avanti una strategia di rimonta.

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