Chi guida l’algoritmo? Le aziende italiane investono, i lavoratori restano cauti

I dati Deloitte e ADP raccontano due velocità: i budget per l'AI accelerano, ma la fiducia di chi la usa ogni giorno resta indietro. Per Massimiliano Molese, amministratore delegato di Skynet Technology, la differenza la fa la responsabilità di chi guida l'impresa.

Nei consigli di amministrazione delle aziende italiane l’intelligenza artificiale ha smesso di essere un esperimento: è ormai una voce di budget, con obiettivi di produttività attesi e piani di adozione pluriennali. Il report “State of AI in the Enterprise 2026” di Deloitte fotografa una corsa agli investimenti quasi generalizzata. Ma se si guarda al lato opposto della scrivania, quello di chi l’intelligenza artificiale la usa davvero ogni giorno, il quadro tracciato dal report “People at Work 2026” di ADP è più cauto, quasi prudente. Tra le due fotografie si apre uno scarto che assomiglia sempre di più a una domanda di governo, prima ancora che di tecnologia: chi decide come, quanto e per chi si adotta l’AI in azienda?

Gli investimenti corrono

Secondo Deloitte, l’82% delle aziende italiane prevede di aumentare gli investimenti in intelligenza artificiale nel prossimo anno, e il 92% si attende un incremento di produttività dall’adozione di questi strumenti. Solo il 31% dichiara però che l’AI è già “molto” integrata nei processi decisionali strategici: la maggioranza delle imprese, cioè, sta ancora investendo più di quanto stia effettivamente trasformando il proprio modo di decidere.

Il report evidenzia inoltre una dipendenza strutturale dai fornitori esterni: appena il 3% delle aziende italiane possiede tecnologie proprietarie, mentre il resto si affida in tutto o in parte a soluzioni di terzi. E quando si chiede alle imprese cosa le frena, la risposta più diffusa non riguarda la tecnologia in sé: il 39% indica la carenza di talenti e competenze come primo ostacolo, davanti all’identificazione dei casi d’uso e alla governance dei rischi (entrambe al 27%). Anche sull’AI agentica, che oggi è già utilizzata dal 70% delle aziende e che si prevede diffusa al 91% entro due anni, la barriera principale resta la stessa: le persone in grado di guidarla, non gli algoritmi in sé.

“L’AI può aumentare l’efficienza, migliorare i processi decisionali, ridurre attività ripetitive e liberare energie per attività a maggiore valore aggiunto. Sarebbe miope negarlo, ma sarebbe altrettanto miope pensare che il progresso tecnologico coincida automaticamente con il progresso umano” chiosa Massimiliano Molese, amministratore delegato, Skynet Technology.

Il paradosso della produttività

Spostando lo sguardo su chi l’AI la usa concretamente, i dati del report People at Work 2026 di ADP raccontano un’adozione ancora parziale: solo il 12% dei lavoratori italiani utilizza strumenti di intelligenza artificiale quasi ogni giorno, il 26% più volte a settimana, mentre il 22% non l’ha mai usata. L’Italia resta leggermente indietro rispetto a Spagna (15% di utilizzo quotidiano) e Germania (14%). Ancora più significativo è il dato sulla fiducia: solo il 10% dei lavoratori italiani è fortemente convinto che l’AI avrà un impatto positivo sul proprio lavoro nel prossimo anno, contro una media globale del 17%. La convinzione cresce tra i knowledge worker (16%) e crolla tra chi svolge mansioni ripetitive (6%), a conferma che il beneficio percepito dipende molto dal tipo di lavoro svolto.

Il dato più controintuitivo, però, è quello che ADP definisce il “paradosso della produttività”: chi usa l’AI ogni giorno ha quattro volte più probabilità di percepirsi meno produttivo rispetto a chi non la usa. La spiegazione proposta dai ricercatori è che l’AI assorbe le attività ripetitive e più facili da misurare, lasciando alle persone i compiti complessi, il cui valore è più difficile da quantificare in tempo reale. Non tutto il quadro è negativo: chi utilizza l’AI riporta livelli di stress negativo più bassi (11% contro il 23% di chi non la usa) e una percezione di maggiore sicurezza del proprio posto di lavoro. Il problema, semmai, non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui il suo impiego viene spiegato, misurato e restituito alle persone che la usano.

“L’AI, infatti, può elaborare dati, ma non può assumersi conseguenze: quelle restano in capo al ruolo dell’imprenditore nella società” osserva Molese.

La responsabilità che nessun algoritmo può prendersi

Messi uno accanto all’altro, i due report disegnano lo stesso scarto da prospettive opposte. Le aziende accelerano gli investimenti convinte che la produttività seguirà quasi automaticamente; le persone, quando l’AI la usano davvero, riferiscono un beneficio più incerto e, in alcuni casi, un senso di produttività ridotta. Il collo di bottiglia indicato da entrambi i report, del resto, è lo stesso: non la tecnologia, ma le competenze per usarla bene: il 39% delle aziende censite da Deloitte lo dice a proposito degli investimenti, i divari generazionali e professionali rilevati da ADP lo confermano dal lato dei lavoratori.

È qui che, secondo Molese, si gioca la partita più importante: l’adozione dell’AI può stressare ulteriormente i costi a beneficio dei ricavi, oppure diventare l’occasione per continuare a generare differenza competitiva attraverso le persone, grazie alla capacità di interpretare il contesto, assumersi responsabilità, gestire l’incertezza, costruire relazioni e generare fiducia. Una scelta che, per l’amministratore delegato di Skynet Technology, non spetta né alla tecnologia né al mercato, ma a chi guida l’impresa.

“Il vero capitale strategico delle aziende non è l’algoritmo che acquistano, ma il capitale umano che possiedono. La questione è decidere quale idea di impresa vogliamo costruire nell’epoca dell’intelligenza artificiale: non è scegliere tra uomo e macchina, ma salire su quella macchina e guidarla per percorrere il futuro” conclude Molese.

I numeri di Deloitte e ADP, letti insieme, non raccontano una tecnologia che delude le aspettative, ma un’adozione che corre più veloce della capacità delle organizzazioni di darle un senso condiviso. Colmare quel divario, tra il budget stanziato e la fiducia costruita, tra l’efficienza promessa e il valore effettivamente percepito da chi lavora, prima ancora che un problema tecnico, resta una responsabilità imprenditoriale.

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