La trasformazione digitale odierna non è solo una sfida tecnologica, ma una complessa rivoluzione finanziaria che impone di operare entro nuove e rigide regole di mercato. Senza un approccio concreto e privo dell’hype che domina la comunicazione odierna, ogni tentativo di posizionamento industriale è destinato al fallimento. Guardiamo insieme gli aspetti finanziari, tecnologici “alla larga” e della filiera dei chip. Per una volta lascerò fuori argomenti di grande rilievo quali il GDPR (in via di reinterpretazione nelle prassi e non nei principi) e la NIS2, con un forte impatto diretto ma anche un previsto effetto trascinamento sul quale si punta anche in altre misure.
Totò e il biliardo
Per quanto gonfiata in maniera incredibile, l’attuale inflazione finanziaria dell’AI non è una pura bolla speculativa. Sebbene i capitali coinvolti seguano dinamiche esasperate, al loro interno si muovono business model solidi e filiere di valore reali. Ma forse uno solo ce la farà, quindi le richieste finanziarie di ciascun operatore maximo fanno riferimento al “biliardo… bille bilioni!” di Totò Truffa ‘62. Personalmente vedo un parallelo con l’economia e la volatilità sottostante alle criptovalute. Numerosi colossi hanno manipolato le proprie quotazioni tramite partite di giro di capacità — si pensi agli accordi tra Oracle, OpenAI e Softbank o la cessione della capacità di calcolo di Colossus 1 da parte di Musk ad Anthropic — ma i progetti dei giganti dell’AI inglobano ormai l’intero stack tecnologico: dai chip all’elettronica di potenza (SiC, GaN), fino agli sviluppi quantistici e post-quantistici. Bisogna guardare al dito, stavolta, senza preoccuparsi della luna.
L’ambizione del Tech Sovereignty Package
Ai movimenti di one-man band Musk/Bezos/Zuckerberg e dei grandi potenti Trump/Xi/Putin, l’Europa sta rispondendo con il Tech Sovereignty Package del 3 giugno 2026. Quattro i pilastri strategici: Chips Act 2.0, Cloud & AI Development Act, Open Source Strategy e la Roadmap energetica. Tuttavia, il percorso è accidentato. Durante il recente Namex26 di Roma è emersa l’esigenza di una governance radicalmente semplificata per evitare che tali misure rimangano sterili.
Il nodo critico del procurement
Il vero campo di battaglia è il procurement. Sul suo sito Radio Bruxelles Libera, Innocenzo Genna chiarisce che la norma non si limita a dichiarazioni d’intento, ma introduce obblighi stringenti per le amministrazioni pubbliche, articolati in quattro livelli o UAL. Per qualsiasi acquisto di servizi cloud, l’articolo 30 impone a tutte le autorità contraenti di usare almeno il livello UAL1, che nei settori critici sale a UAL 2-3-4..
Questa impostazione trasforma il potere d’acquisto pubblico in uno strumento per rimodellare il mercato, spingendo i carichi di lavoro sensibili lontano dai fornitori extra-UE — che difficilmente possono soddisfare i requisiti di controllo e proprietà richiesti dai livelli UAL3 e UAL4 — verso fornitori europei.
Sebbene il pacchetto non regoli formalmente il settore privato, l’effetto trascinamento del settore pubblico e delle regolamentazioni su ambiti critici come finanza ed energia influenzerà indirettamente anche le scelte tecnologiche delle grandi aziende private.
C’è chi però vede nel DNA un modo per tenere in vita dinosauri ammazzando la concorrenza, e nel CADA la confusione di beni con servizi potrebbe camuffare i servizi degli hyperscaler statunitensi con tante stelline europee.
Il cambio di rotta del Chips Act
Sul piano dei semiconduttori, il bilancio del primo Chips Act è deludente: l’Europa doveva passare dall’8-9% al 20% della quota mondiale entro il 2030, ma le stime aggiornate la inchiodano a un massimo del 12%. A me, questo scenario ricorda da vicino gli effetti del PNRR in Italia: progetti annunciati come grandi successi strutturali che, nei fatti, si traducono in contingenti momenti di crescita “zero virgola”. Il Chips Act 2, con 120 miliardi di euro di investimenti previsti entro il 2035, prova a invertire la rotta spostando il focus dalla sovrapproduzione alla creazione di domanda. Al riguardo, Lucy Drummond dice che il piano 2 mira a favorire realtà come ESMC, X-FAB e SiPearl -su questo punto si potrebbe dibattere a lungo- sperando che il procurement pubblico -rieccolo- catalizzi finalmente un ecosistema capace di competere globalmente.
La sfida dell’infrastruttura e dei materiali
Sempre Drummond vede nel Chips Act 2 un vantaggio per i fornitori di materiali come Soitec, AIXTRON, Besi, AT&S e Siltronic, La sovranità digitale poggia su fondamenta fisiche fragili. Le infrastrutture AI dipendono da una supply chain globale estremamente concentrata: tanto per cominciare arsenico, fluorspar, gallio, germanio, indio e tantalio presentano tassi di dipendenza dalle importazioni vicini al 100%. La vulnerabilità è acuita dal controllo cinese: il primo strato normativo sui metalli pesanti rimane un sistema di allocazione strategica permanente. Il calo dell’83% nell’export di ittrio in un mese testimonia l’efficacia di questi controlli, spingendo il Giappone — come analizzato da Andrea Moscatello su Askanews— a investire in Africa per spezzare il monopolio cinese. Anche in questo settore, molto meno chiara sembra la strategia europea.

