Sovranità digitale: finanziare la ricerca non basta, se non compriamo i nostri chip

Condividi

In un mondo in cui l’intelligenza artificiale non è più solo software, ma una competizione brutale per il controllo del mondo, l’Europa si trova davanti a un bivio esistenziale. Da un lato, investe miliardi in ricerca e infrastrutture; dall’altro, continua a guardare verso l’esterno per alimentare le proprie infrastrutture critiche. Il post di Frank Bösenberg, amministratore delegato di Silicon Saxony, pubblicato originariamente nel dossier della Süddeutsche Zeitung, fotografa perfettamente questa schizofrenia industriale.

Il Manifesto di Frank Bösenberg

Riportiamo integralmente il testo che ha scosso il comparto della microelettronica tedesca ed europea a riguardo dei chip di KI, Künstliche Intelligenz, ovvero l’intelligenza artificiale.

“I chip di produzione europea devono apparire come criterio guida nei criteri di aggiudicazione e negli strumenti di finanziamento, e non solo come una nota a margine – questo è quanto chiede oggi Frank Bösenberg, amministratore delegato dell’associazione del settore della microelettronica Silicon Saxony, nella sua rubrica #GeteilteAnsicht nel dossier sulla trasformazione digitale della Süddeutsche Zeitung. Gli mancano quote minime vincolanti sia nella strategia sui data center del governo federale, sia nell’Industrial Accelerator Act della Commissione UE.

Per i criteri di gara delle KI-Gigafabriken (Gigafactory di IA) non ancora pubblicati, egli chiede una quota dal 10 al 20% di chip UE dai previsti 100.000 chip specializzati per l’IA (GPU). In caso contrario, le Gigafactory verrebbero alimentate con hardware straniero, mettendo così a rischio le infrastrutture critiche e i dati sensibili”.

L’analisi di Bösenberg non è solo economica, è di sicurezza nazionale. Alimentare le nuove Gigafactory di IA con hardware straniero significa accettare una “scatola nera” tecnologica. Quando i dati di milioni di cittadini europei o i segreti industriali del settore difesa viaggiano su chip progettati e controllati fuori dai confini UE, la sovranità digitale svanisce. La necessità di uno strato fisico sovrano — il silicio — è l’unico modo per garantire l’assenza di backdoor e la resilienza delle infrastrutture critiche. Ma lo sviluppo di uno stack software al livello di quello ottimizzato da Nvidia sarà difficile.

Campioni europei: SiPearl, Axelera, Tachyum e Kalray

L’Europa possiede già le architetture per sfidare lo status quo. SiPearl, con il suo processore Rhea1, sta portando 80 core ARM Neoverse V1 e memoria HBM integrata nel cuore dei supercomputer exascale europei. Ma la vera sfida al concetto stesso di chip arriva da Tachyum con il suo Prodigy: un “processore universale” che integrare CPU, GPU e TPU in un unico silicio a 2nm, abbattendo drasticamente il costo energetico del calcolo IA.

Sul fronte dell’efficienza locale, Axelera AI sta riscrivendo le regole con il Digital In-Memory Computing del futuro chip Titania.

Kalray è stata fondata nel 2008 come spin-off del laboratorio francese CEA, con investitori quali l’Alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi, Safran, NXP Semiconductors, CEA e Bpifrance. Grazie alla partnership con l’ecosistema giapponese per la produzione a 2nm, Kalray potrà scalare il suo processore MPPA verso volumi di massa, offrendo quel calcolo deterministico a latenza zero che giganti come Nvidia faticano a garantire con precisione.

La fotonica, rivoluzione tedesca e olandese

Se gli elettroni hanno raggiunto il limite fisico, la luce è la risposta. Esiste però una sfida dimensionale: mentre i core elettronici di Nvidia si misurano in nanometri, i core fotonici operano su scala micrometrica. Questa apparente “grandezza” è compensata da una larghezza di banda e una velocità di trasmissione ordini di grandezza superiori, con un calore generato quasi nullo.

La vera rivoluzione sta avvenendo ad Aquisgrana, in Germania. Black Semiconductor ha inaugurato la FabONE, la prima “Black Factory” al mondo. Si tratta di una struttura progettata per integrare elettronica e fotonica in un unico flusso produttivo, utilizzando il grafene come materiale abilitante. Questa integrazione permette di superare i limiti del rame, creando chip dove la logica elettronica e la trasmissione fotonica convivono nello stesso silicio, garantendo prestazioni impossibili per le architetture tradizionali.

Ad oggi, l’Europa è indispensabile nella produzione di chip, anche se Cina e Giappone stanno arrivando. Senza la litografia olandese di ASML e i laser ultra-potenti della tedesca Trumpf, Nvidia non potrebbe produrre chip. Trumpf non è solo “taglio laser”: la sua divisione Photonic Components produce micro-laser (VCSEL) fondamentali per la trasmissione dati nelle gigafactory. L’obiettivo di Bösenberg è chiaro: smettere di essere solo i “fornitori di attrezzi” per diventare i proprietari del prodotto finito.

Per capire l’entità della sfida, servono i numeri. Le stime attuali indicano che Nvidia vende alcuni milioni di chip l’anno.
Anche la Cina sta correndo ai ripari: i chip Huawei Ascend hanno già conquistato una fetta importante del mercato interno cinese, con oltre 1,9 milioni di server AI spediti nel 2025, grazie a una strategia di “indipendenza forzata” che l’Europa farebbe bene a studiare.

In Europa, le quote d’acquisto sono ancora timide. Nonostante il Chips Act e l’iniziativa EuroHPC, la maggior parte dei grandi cluster continua a essere costruita su architetture estere. Senza una quota vincolante, le gigafactory europee saranno solo enormi magazzini di tecnologia americana o asiatica.

Vediamo la fattibilità economica della Proposta Bösenberg. Prendendo come riferimento il prezzo di mercato di un chip Nvidia di fascia alta (circa 30.000 euro), la proposta di Bösenberg di una quota del 20% su 100.000 chip (ovvero 20.000 unità) genererebbe un fatturato teorico di 600 milioni di euro per i produttori europei. Inoltre questo equivarrebbe a non dare i 600 agli USA.

È un’obiezione corretta sottolineare che produrre in Europa un chip al livello di Nvidia potrebbe costare inizialmente di più rispetto ai processi ultra-ottimizzati già sul mercato. Inoltre, le librerie software, che vengono sviluppate da zero, avranno bisogno di anni per rivaleggiare con quelle USA. Tuttavia, questo “sovrapprezzo della sovranità” è un investimento necessario: senza questo primo mercato garantito, startup come Axelera o giganti emergenti come SiPearl non avranno mai la scala necessaria per ottimizzare i costi e competere sul prezzo nel lungo periodo.

Obiettivo autonomia europea

La proposta di Frank Bösenberg è il primo passo obbligato per non far fallire il Chips Act europeo. Ma non può essere l’ultimo. Se il 20% di quota europea è la soglia di sopravvivenza per oggi, l’obiettivo deve essere un secondo passo verso il 100% di chip europei.

Immaginiamo un futuro in cui l’intero fabbisogno delle Gigafactory UE — 100.000 chip da 30.000 euro l’uno — sia soddisfatto da filiere interne. Parliamo di un mercato da 3 miliardi di euro che rimarrebbe nel Continente, alimentando non solo le fabbriche di Dresda o Eindhoven, ma l’intero ecosistema di software, packaging e servizi collegati.

Inoltre grandi mercati, come Africa, Asia e Sudamerica, potrebbero diventare terra di conquista per i nuovi chip.
L’Europa ha la ricerca, ma non la mette a fattor comune. Imec, Fraunhofer, CEA-Leti, TNO ed altri centri agiscono in modo relativamente indipendente: sviluppare un protocollo unico accelererebbe i nostri risultati senza affrontare i problemi d’integrazione di 27 burocrazie.
L’Europa ha la tecnologia, la finanzia ma non la compra. La Cina l’ha fatto. Il grafene di Black Semiconductor, i laser di Trumpf, le architetture di SiPearl e Kalray al momento sono marginali negli acquisti (e sotterraneamente concorrenti): è il momento unificare il nostro futuro con integrazione tecnologica e acquisti in casa.

 

Leo Sorge
Leo Sorge
Leo Sorge è laureato in ingegneria elettronica, ma ha preferito divulgare scienze e tecnologie reali o presunte. Ritiene che lo studio e l’applicazione vadano separate dai risultati attesi, e che l’ambizione sia il rifugio dei falliti. Ha collaborato a molte riviste di divulgazione, alle volte dirigendole. Ha collaborato a molti libri, tra i quali The Accidental Engineer (Lulu 2017), Lavoro contro futuro (Ultra 2020) e Internetworking (Future Fiction 2022). Copia spesso battute altrui, come quella sull’ambizione e anche l’altra per cui il business plan e la singolarità sono interessanti, ma come spunti di science fiction.

Altri Editoriali

Se l’AI è cortese, l’orchestratore deve fare il cattivo

Stiamo entrando in una fase dell'intelligenza artificiale che non...

Dimissioni precoci

Il mercato del lavoro sta vivendo una fase di...

Spremere il limone?

Nel ciclo di vita di ogni azienda arriva prima...

AI e la cena con il “caro estinto”

Sappiamo, spesso purtroppo dalle notizie di cronaca, quanto sia...

I data center spaziali sono il futuro dell’Europa?

Negli ultimi tempi si parla molto di datac enter...

Oltre il ROI: impariamo a leggere i segnali giusti

Nel dibattito sul marketing, poche metriche hanno assunto un...