Sappiamo, spesso purtroppo dalle notizie di cronaca, quanto sia ormai facile per le persone superare la frontiera del buon senso nell’usare le tecnologie di AI. Capitano sempre più spesso fatti che indicano come si siano oltrepassati i limiti etici, culturali, emotivi, relazionali che hanno fino ad oggi caratterizzato la nostra specie. Già avvengono utilizzi a noi inimmaginabili solo pochi anni fa eppure oggi diventati consueti in moltissimi ambiti della nostra organizzazione sociale. Nel caso, ad esempio, della lotta al cybercrime è noto come l’applicazione di modelli di AI siano utili a prevenire gli attacchi. Forse meno noto è l’uso massiccio di questi sistemi sul campo: a parte gli attacchi con droni sempre più tecnologicamente sofisticati a base AI, anche la recente operazione relativa alla cattura del presidente del Venezuela Nicolas Maduro ha visto il Pentagono usare Claude, il modello linguistico Anthropic. E non solo nella pianificazione del blitz, ma anche durante la gestione dell’azione sul campo i militari sono ricorsi al chatbot di AI generativa per essere supportati nelle loro domande, disporre di informazioni aggiuntive su testi, mappe del territorio, audio, avendo come feedback simulazioni animate, diagrammi, suggerimenti operativi e quant’altro.
Ma spingendoci ancora un po’ più in là non possiamo non ricordare ciò che persone, magari con un certo livello di fragilità psichica ed emotiva, hanno già sperimentato sulla propria pelle, essendo indotte dai sistemi di AI ad accettare on line sfide estreme di sopravvivenza, relazioni sentimentali tossiche con avatar, psicologi digitali che sulla base di una sommaria analisi del profilo mentale del soggetto producono pericolose indicazioni terapeutiche di comportamento. Accanto a questo già esiste poi una evoluta produzione artistica, nella pittura, nella recitazione, nel canto e nella musica, che sta erodendo territori che credevamo difficili da contaminare.
Tutto ciò mentre è in corso, negli ultimi anni, una durissima guerra tra diverse cordate di aziende tecnologiche, supportate negli Stati Uniti soprattutto da partiti politici a forte matrice conservatrice e liberista contro i rappresentanti di una visione più controllata e normativamente garantita, proprio per capire fino a che punto ci si può spingere con lo sviluppo dell’AI. Di fatto uno scontro tra regolamentazione parziale che tiene conto di parametri etici e di privacy contro un liberismo totale quasi sempre finalizzato a massimizzare profitti e risultati di Borsa. Vedremo se da qui alle elezioni Usa di midterm di novembre potrà cambiare qualcosa, tenuto conto del fatto che dai sondaggi, ad esempio quelli realizzati di recente dall’Università di Quinnipiac a Nord di New York, emerge che per il 69% degli americani il governo non sta facendo abbastanza per regolamentare meglio l’AI mentre il rapporto annuale Gallup dell’omonima società americana, lo scorso settembre aveva rilevato che ben 8 americani su 10 fossero favorevoli a maggiori controlli sull’intelligenza artificiale, anche a rischio di rallentarne lo sviluppo tecnologico.
Stessi risultati da un’indagine del Pew Research Center effettuata lo scorso giugno su un campione rappresentativo di 5023 adulti che rileva come gli americani siano pessimisti rispetto allo sviluppo attuale dell’AI, molto più preoccupati che entusiasmati dall’arrivo dell’AI nelle loro vite, chiedendo espressamente di poter avere un maggiore controllo sulle applicazioni AI utilizzate nelle loro abitudini quotidiane. Rilevano anche un’evidente erosione nelle capacità individuali di sviluppare un pensiero creativo e nuove forme di relazioni tra persone.
Intanto, le attività di lobbying dei vari schieramenti negli Usa sono in piena corsa, con finanziamenti elettorali più o meno dichiarati in previsione delle prossime scadenze politiche. Una battaglia che passa anche dalla volontà, soprattutto per chi vuole maggiori norme e regolamentazioni per l’AI, di difendere l’autonomia dei singoli stati americani nel legiferare rispetto a imposizioni normative provenienti dall’amministrazione centrale.
Fare leva sulla nostalgia e il dolore
In questo quadro ecco giungere…”il morto che non muore”. Sì, la nostra società ipertecnologica entra a gamba tesa anche nell’intimo di un’esperienza umana imprescindibile, per secoli ritenuta sacra e degna di rispetto e riguardo. Eppure ecco che sta nascendo l’ambito del grief tech (tecnologia del lutto), con già alcune piattaforme e servizi che usano l’AI generativa per creare chatbot in grado di simulare conversazioni con i defunti basandosi sull’analisi dei dati personali e mail scritte in vita, frequentazione di social, ricostruendo il carattere della persona scomparsa. Creando magari Avatar che parlano, ricorrendo all’analisi di vecchie foto per ricostruire l’esperienza reale e riproporla sotto forma di personalità e ricordi. Tutto virtuale, tutto inesistente.
Anche Meta, all’inizio di quest’anno, ha registrato un brevetto per creare cloni digitali di persone che si sono prese una pausa dalla propria attività sui social o che sono decedute. Dopo aver registrato il proprio brevetto, la società non ha per ora confermato la volontà di procedere con questa soluzione, ma c’è da giurarci che se il mercato esplodesse, sarebbe senz’altro pronta al business del “morto resuscitato”, creando cloni dell’utente deceduto usando dati di addestramento basati sulle interazioni effettuate quando la persona viva era operativa sui social. L’idea che attraverso il virtuale si possa ridurre o peggio ancora annullare l’esperienza di elaborazione di un lutto è di per sé aberrante e rappresenta l’introduzione tecnologica in un territorio morale, psicologico e culturale dal quale queste soluzioni dovrebbero essere bandite. Per non parlare della pericolosa dipendenza e dei condizionamenti che applicazioni di questo tipo potrebbero generare in persone fragili e in periodi della vita complessi, costringendole inconsciamente a gestire un bilanciamento tra la consapevolezza di una perdita e l’illusione fittizia che la persona cara sia ancora viva. Sapremo darci, su questo e altri temi fondanti il nostro essere umani, un freno?

