Il momento del coraggio

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C’è una guerra in corso, alle porte dell’Europa. E ci stiamo accorgendo tutti del ruolo importante che hanno assunto le tecnologie digitali nella diffusione di notizie via social, nel supporto alla resistenza ucraina sul campo grazie all’uso di chat, foto e video postati di continuo sul web, così come nelle strategie di comunicazione/propaganda o negli attacchi hacker a obiettivi strategici russi.

E nella lotta al Covid? Forse abbiamo dimenticato che solo grazie a un uso massiccio degli analytics, dell’intelligenza artificiale, di cluster computazionali distribuiti nel mondo che hanno garantito una potenza di calcolo enorme abbiamo potuto, insieme alle indispensabili conoscenze e sperimentazioni pregresse, realizzare un vaccino in poco più di un anno.

Se ora accanto alla complessità della questione ucraina, che probabilmente sarà la leva per una nuova definizione degli equilibri geopolitici ed economici mondiali, ricordiamo che siamo ancora dentro la pandemia e, soprattutto, ci troviamo nel bel mezzo di una difficilissima trasformazione urgente dei sistemi produttivi e di organizzazione sociale dovuta alla crisi climatica, abbiamo un quadro abbastanza completo della complessità che ci attende in futuro.

Questi ultimi anni, però, ci hanno anche fatto capire, più dei precedenti, come la capacità e l’innovazione nell’utilizzo delle tecnologie digitali possa determinare un’accelerazione per un radicale cambiamento negli usi, nei costumi e nella costruzione di nuove prospettive sul piano sociale ed economico.

In questi frangenti di trasformazione globale, la storia ci insegna che vi sono spesso due atteggiamenti,  molto “umani”, che ognuno di noi tende ad attuare: il primo è del tipo “tutti fermi e coperti”, immobili a vedere cosa ci riserverà il futuro puntando alla sopravvivenza; il secondo considera invece questi momenti di incertezza come “il momento del coraggio”, la vera fase da sfruttare per un cambiamento strutturale in grado di generare differenziale competitivo e porsi tra i nuovi leader di riferimento.

E in questo secondo caso, indipendentemente dall’epoca storica, l’utilizzo della tecnologia rappresenta quasi sempre la chiave di volta.

Quale ruolo può allora giocare oggi un’impresa in questo contesto in rapida trasformazione?

Come muoversi tra mercati che si chiudono, altri che se ne possono aprire, costi che esplodono, abitudini di consumo che cambiano di continuo, nuove flessibilità produttive e catene del valore sempre più dinamiche e in perenne ridisegno?

Come raggiungere obiettivi di nuova efficienza?

Innanzitutto, in uno scenario di questo tipo è inevitabile che l’azienda, con i propri sistemi informativi e con le proprie persone, ad ogni livello, debba essere “corpo unico” nell’interpretare, accettare e guidare, con coraggio, il cambiamento.

Certo resta importante il ruolo infrastrutturale di efficienza, resilienza, integrazione e sicurezza che le tecnologie ICT devono garantire, ma ogni scelta tecnologica, soprattutto ora alla luce di queste trasformazioni epocali, dovrà essere indirizzata ad aggiungere valore al business d’impresa.

Quale può essere allora il frame di riferimento di questo cambiamento? Credo che il contesto a cui guardare, nelle scelte tecnologiche, organizzative, di nuove competenze professionali, di processo e culturali da compiere, sia necessariamente legato alla trasformazione sostenibile e green.

Sia dei sistemi informativi, sia dell’azienda nel suo complesso, più orientata alla sostenibilità, in mercati in cui i cambiamenti climatici e le conseguenti nuove abitudini di nuove generazioni di consumatori, stanno ormai ridefinendo impostazioni consolidate.

Disegnare il proprio cambiamento

Mai come in questo periodo, credo, sia utile partire dal macro quadro rappresentato dall’Agenda 2030. E’ costituita da 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile ed è stata sottoscritta nel 2015 dai governi di 193 Paesi membri delle Nazioni Unite. Sono obiettivi articolati in sottoprogrammi d’azione, 169 target da raggiungere in ambito ambientale, economico, sociale e istituzionale entro il 2030.

Lì dentro, nei sottopunti di ogni focus, si trovano spunti, indicazioni di percorso, elementi di stimolo alla trasformazione per rimodulare il macro disegno nella propria dimensione di impresa, di persone, di società e di settore di business.

Lotta alla povertà, ingaggio sulla salute, scuola e formazione, energia pulita, nuove modalità di lavoro, parità di genere, consumo e produzioni responsabili, lotta al cambiamento climatico, città sostenibili, lotta alle disuguaglianze e altro.

Sulle imprese, poi, gli obiettivi incentivano la messa a punto di infrastrutture di qualità, affidabili, sostenibili e resilienti, con la prospettiva di uno sviluppo economico rispettoso del benessere umano;  l’ammodernamento delle industrie, verso una maggiore efficienza delle risorse da utilizzare e l’adozione di tecnologie pulite; il potenziamento della ricerca scientifica e un focus marcato sui processi di innovazione.

Da queste direttrici (e dall’accesso ai relativi finanziamenti), con il giusto coraggio e la capacità di interpretare le tecnologie digitali come strumento di trasformazione organizzativa, di business e sociale, ogni impresa, meglio ancora ogni persona dell’impresa, potrà iniziare a declinare in modo nuovo il proprio approccio.

Ne deriverà per l’azienda, sia un ridisegno infrastrutturale tecnologico di base, sia una nuova prospettiva di utilizzo applicativo del digitale (Crm, analytics, security proattiva, AI, sviluppo low code, smart working e tantissimo altro) esteso a dipendenti, partner, clienti.

Si tratta di scelte di fondo che si riveleranno, oltre che eco-sostenibili, convenienti anche sotto il profilo economico: da una corretta attività di riciclo e prolungamento della vita dei sistemi hardware ad un’ottimizzazione dei network con meccanismi di trasferimento dati in architetture edge per ridurre il traffico di rete; alla razionalizzazione del parco applicativo, con deduplica di software, eliminazione delle applicazioni più “energivore” e degli applicativi poco utilizzati; o ancora al ricorso ad architetture cloud di fornitori che integrino soluzioni di intelligenza artificiale orientate all’ottimizzazione del datacenter per un minore impatto ambientale.

E tanto altro ancora. Ma serve la svolta: capire che è proprio questo il tempo del cambiamento, che spinge ormai da anni il CIO a essere figura di avanguardia e non più custode dell’esistente.

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Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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