Giocattoli intelligenti e nuove solitudini

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Un tenero cerbiatto che ti racconta fiabe la sera prima di dormire. Un piccolo robot che ti aiuta a studiare e ti offre consigli su come gestire le tue emozioni. E tanti altri pelouche dotati di intelligenza artificiale grazie a ChatGPT. Istruiti su libri scolastici oppure su contenuti di giganti come Disney o Paramount, sono l’ultima frontiera della robotica in arrivo nel mercato dei giocattoli per bambini e dell’intrattenimento. Graziosi, affettuosi, preparati, in grado di interloquire in linguaggio naturale evoluto e di usare tecniche raffinate di riconoscimento vocale e facciale.

Ai loro creatori stanno portando milioni di dollari. Ai bambini, come era logico aspettarsi, un amico con cui parlare, confidarsi, addormentarsi, studiare e quant’altro. Non vi sembra terrificante?

Non serve scomodare i padri della psicologia dell’età evolutiva per cogliere i rischi di questa relazione. Con tutte le migliori intenzioni, e non è detto che sempre vi siano, che tipo di futuro potrebbero avere questi robot-educatori? Buttiamo lì un po’ di ipotesi:

  • rappresentare finalmente la baby sitter ideale per genitori super occupati o svogliati;
  • essere intimi confidenti dei bambini al punto da creare una relazione dipendente;
  • essere giocattoli sempre troppo preparati assumendo quindi un ruolo di educatore con cui non sarà mai possibile interloquire su un piano di equilibrio e di crescita personale;
  • fornire idee e visioni delle cose e del mondo che non vengono mediate da una competenza psicologica dell’infanzia, ma da un sistema istruito secondo modelli di conoscenza in cui gli educatori, nella migliore delle ipotesi, hanno avuto un ruolo marginale;
  • giocattoli non in grado di capire sempre correttamente il contesto in cui determinate situazioni e domande si generano; e tanto altro ancora.

Ma quali sono innanzitutto le finalità:

  • sono quelle educative e di crescita del fanciullo?
  • prepararlo alla vita dandogli alcuni strumenti, già di per sé oggi deboli in questa società così complessa, per interpretare i fatti e le situazioni che gli accadranno?
  • entrare nella realtà caratteriale del bambino per declinare una didattica che sia almeno un po’ efficace?

Niente di tutto questo. Le finalità sono solo commerciali, operando in un contesto delicatissimo, come le fasi di crescita di un fanciullo, secondo un modello asettico di analisi dei dati molto distante dalla personalizzazione che necessita ogni carattere, soprattutto nelle fasi di formazione.

Che si vuole fare? Vietare, bandire? Aspettare che sia il mercato a decretare il successo o meno di questi giocattoli? La risposta sta nel giusto inquadramento che ormai si intravvede per ogni tipo di applicazione di intelligenza artificiale, anche per quelle più complesse e applicate ad ambiti critici (e quello dei giochi per l’infanzia è sicuramente uno di questi): l’AI deve essere sempre di supporto, di complemento, di semplificazione della complessità ma a servizio di una guida che deve essere umana.

Mi ricordo da bambino l’attesa pomeridiana per vedere i cartoni animati alla televisione, oppure l’amato telefilm di indiani e cow-boy. Un’ora di spensieratezza, ma dopo e prima c’era tanto altro, c’era la vita di tutti i giorni con le sue piccole e grandi sfide, le relazioni con le persone, i permessi e i divieti, la noia che esercitava la fantasia, le litigate con gli amichetti e i primi baci con le bambine.

Tutto questo non va perso sull’altare di una tecnologia affascinante, intelligente, accogliente e sfidante. Perché la crescita culturale e caratteriale di un bambino e di una bambina è una lenta costruzione formata da tanti piccoli pezzi diversi uno dall’altro, pezzi a cui tutti, genitori, amici, giocattoli, libri, dischi contribuiscono per aiutarci a vivere in questo mondo complicato. E la tecnologia può essere anche un mezzo coinvolgente ma mai, soprattutto nei primi anni di vita, l’unico o il predominante. Il mio orsacchiotto, mi ricordo, mi ha dato tante risposte, anche se non poteva parlare. Solo nell’essermi vicino e magari proprio perché non poteva aprire bocca.

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Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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