Non creiamo un cloud divide

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Le idee possono essere disruptive, ma le loro implementazioni no. La realtà deve muoversi in modo diverso, più lento, disomogeneo ma per modifiche lentamente parcellizzate.

La trasformazione digitale e il cloud reali sono diversi da quanto i media, in qualsiasi forma, idealizzano. Partiamo da un punto preciso: i grandi Paesi non possono permettersi i tempi immediati della disruption.

Cosa sia un “grande Paese” è oggetto di discussioni e retorica come sempre accade con aggettivi ed avverbi. In Europa i grandi Paesi sono quelli che hanno almeno una sessantina di milioni di abitanti, quindi Italia, Francia, UK e Germania. Sono vicini Spagna e Polonia. Il Regno Unito è geograficamente in Europa, ma dopo la Brexit non lo è politicamente -e comunque era una Regione a Statuto speciale.

Un modo per rendere omogenee aree è di rendere pubbliche le relative procedure. Il cloud è un sistema che facilita disponibilità e visibilità delle procedure. In altri termini, un servizio che è in cloud può essere confrontato agli altri sistemi simili e ciò genera un movimento di uniformazione, laddove possibile.

Cosa abbiamo imparato dal cloud?

Oltre che tecnologico, l’apporto del cloud è metodologico. Vengono in mente alcune caratteristiche della nuvola:

  • non si può vivere di solo cloud pubblico, e che qualsiasi entità ha una sua necessità di mantenere parte di dati e procedure al suo interno, senza farlo sapere a tutti;
  • stare nel cloud rende i nostri sistemi fruibili ed attaccabili, sia dalla concorrenza, sia dai malfattori digitali;
  • mettere in rete e in cloud un servizio lo migliora se se ne cambia il processo, lo peggiora se lo si appiccica in un qualche recesso della rete.

Ma soprattutto, il cloud ci ha insegnato che non possiamo continuare ad inseguire il sistema normativo mondiale. Etica, morale, filosofia contribuiscono alle norme e alla loro correttezza, ma non alla loro applicabilità.

E’ inutile girarci intorno: il mondo è costruito su processi nati all’indomani della Rivoluzione Francese, quando il mondo aveva 0,8 miliardi di abitanti (e non 8, come oggi) e le macroaree, non coese al loro interno, non parlavano tra di loro.

Il modello Ponte Morandi

Quello che il cloud ci ha insegnato è che possiamo migliorare la vita di tutti. Quello che sottintende è che per farlo, c’è bisogno di un feroce pragmatismo. Personalmente credo che si debba adottare una metodologia simile a quella che ha portato alla ricostruzione del Ponte Morandi di Genova. Seguendo tutte le norme, quell’opera non sarebbe mai rinata. Per farla, e in fretta, è stato necessario ignorare il coacervo delle norme pregresse e seguire delle norme ad hoc, anche turandosi il naso su alcuni punti che non è stato possibile realizzare secondo le moderne e future necessità.

Non creiamo un cloud divide

Un altro esempio è il digital divide italiano. Ero giovane quando fu annunciato il progetto Socrate (Sviluppo Ottico Coassiale Rete Accesso TElecom), che avrebbe dovuto cablare l’Italia in fibra ottica. Da allora infinite peripezie di potere hanno vanificato quella e numerose altre tecnologie e ancora non abbiamo dato internet di base agli italiani e adesso si invoca il PNRR (un altro indebitamento). Da allora, la morfologia del nostro Stato è cambiata pochissimo. Il debito pubblico invece è cresciuto moltissimo ed inutilmente.

Il Governo cerca di guidare la migrazione delle PA italiane, compresa la sanità, ad un cloud nazionale che sia sicuro, aggiornato e con un perimetro normativo certo. In quest’ottica, le (poche) Amministrazioni che hanno fatto richiesta dei fondi Pnrr hanno ottenuto 157 milioni di Euro (su un bando da 373) e siamo in attesa di sapere come andrà il bando sulla Sanità (300 milioni in ballo, ad oggi richiesti 120), teoricamente in chiusura il 30 giugno 2023.
La domanda qui è: come mai tante realtà dell’amministrazione e della sanità non hanno fatto richiesta di fondi per una trasformazione essenziale?

 

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Leo Sorge
Leo Sorge
Leo Sorge è laureato in ingegneria elettronica, ma ha preferito divulgare scienze e tecnologie reali o presunte. Ritiene che lo studio e l’applicazione vadano separate dai risultati attesi, e che l’ambizione sia il rifugio dei falliti. Ha collaborato a molte riviste di divulgazione, alle volte dirigendole. Ha collaborato a molti libri, tra i quali The Accidental Engineer (Lulu 2017), Lavoro contro futuro (Ultra 2020) e Internetworking (Future Fiction 2022). Copia spesso battute altrui, come quella sull’ambizione e anche l’altra per cui il business plan e la singolarità sono interessanti, ma come spunti di science fiction.

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