Caro signor X, tra 12 anni lei morirà

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Cosa può succedere quando la ricerca del profitto incontra la voglia del consumatore di investire sul proprio benessere, su un wellness che non si limita solo all’attività fisica e alla prevenzione, ma si estende anche a un continuo monitoraggio dei propri parametri corporei, quali pressione, glicemia, temperatura, frequenza cardiaca, colesterolo, ecc.?

Due tra i principali colossi mondiali dell’high tech, Samsung e Apple, da tempo in pista nell’ambito dei wearable devices, si stanno chiedendo cosa far seguire allo smartphone, come trovare la prossima “killer technology”. Vanno bene i sempre più intelligenti e prestazionali smartphone ma, a un certo punto, i consumatori si chiedono se davvero hanno bisogno di tutte quelle feature, di quelle prestazioni che, per sfruttarle appieno, richiederebbero comunque un impegno, un’attenzione e una quantità di tempo che sempre meno abbiamo a disposizione (banalmente, quanti di noi hanno realizzato un proprio archivio aggiornato e catalogato di foto digitali?).

Ecco allora che al recente Mobile World Congress di Barcellona ha fatto la sua comparsa il Samsung Galaxy Ring, un grazioso anello in titanio e in differenti colori (dovrebbe essere disponibile nel corso dell’anno) che dall’esterno ha tutti gli elementi estetici di bigiotteria di livello ma che al suo interno dispone di una serie di sensori dedicati al monitoraggio dei parametri umani. Secondo alcuni rumors, inoltre, sembra che Apple stia lavorando a un progetto simile, mentre OpenAI potrebbe sviluppare un wearable su cui far confluire tutta una serie di servizi vocali di chatGPT (andando quindi nella direzione di esseri umani che parlano con altri umani seguendo in tempo reale indicazioni e istruzioni di sistemi di AI, fantastico!). Non che quello del wearable wellness sia una novità assoluta, sia perché qualche “anello intelligente” è già esistente sul mercato sia perché gli smartwatch fanno già esattamente questo tipo di lavoro. Tuttavia quando in gioco si mettono le bigtech e soprattutto quando si entra nell’ambito di un “fashion wearable” dove accanto alla tecnologia si stuzzicano anche elementi appealing di moda e di estetica, ecco allora che potrebbe scattare il fattore moltiplicatore di massa (bello quello smart-orecchino, quella intelligent-collana, quell’AI- bracciale e quell’interactive-anello).

Ecco allora che si aprono a questo punto due questioni complesse e delicate, già da tempo presenti nel grande dibattito etico relativo all’intelligenza artificiale. Tutti questi device vanno ad alimentare piattaforme che i big player dedicano alla salute, piattaforme nelle quali vengono immagazzinati i dati relativi a quanto trasmesso dai dispositivi. E qui, allora, spazio alla fantasia più sfrenata. Come impedire che questi dati possano essere vere e proprie miniere d’oro da sfruttare commercialmente con altri player interessati a vendere attrezzature sportive, medicinali, cliniche specializzate, palestre e centri wellness, alimenti salutistici, abbigliamenti dedicati e qualsiasi altra cosa vi venga in mente? Ah beh, direte voi, basta non dare il consenso. Si certo, come se “flaggare” un campo impedisca questa feroce data piracy. Già lo vediamo con gli analytics che indagano di continuo le nostre navigazioni sul web. Figuriamoci un’occasione d’oro come quella di poter clusterizzare gruppi di utenti per età, patologie, usi e abitudini e quant’altro fino ad arrivare al singolo consumatore da accerchiare e da stordire con una serie di proposte, tanto prima o poi capitolerà. Insomma, una vera miniera.

L’altro tema, più soggettivo, riguarda la “catena invisibile” agganciata ai nostri piedi. E con questo intendo quel meccanismo ansiogeno che si può sviluppare in colui che, convinto di poter controllare di continuo il proprio status sanitario in realtà si crea una dipendenza a ciò che i dati gli indicano: “Sarebbe ora di dormire; mangi troppo devi fare ginnastica; occhio che la pressione oggi è un po’ alta speriamo meglio domani, ecc”. Magari tutto questo comunicato in modo friendly con un linguaggio naturale da chatGPT. Chi riuscirebbe a crearsi uno stile di vita guidato in gran parte dai dati e a non esserne schiavo? Non manca molto, creando con la nostra fantasia, ma neanche troppo, uno scenario distopico, in cui questi wearable ci invieranno la seguente notifica: “Caro signor Mario Rossi, in base a un’analisi dei suoi dati e del suo stile di vita, siamo lieti di informarla che lei, con una probabilità del 92%, morirà l’anno 2047 alle ore 10,25 di una radiosa giornata di sole. A domani”.

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Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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