Intelligenza Artificiale, Italia prima in Europa per investimenti in Gen AI

Da una ricerca condotta da Lenovo e IDC emerge che la spesa in intelligenza artificiale delle aziende in EMEA crescerà del 61%, con un picco in Italia del 68% per la Gen AI. Il nostro Paese è anche quello in cui si hanno meno difficoltà ad assumere personale con competenze in AI

A livello europeo, solo il 10% delle aziende considera l’intelligenza artificiale (AI) come un aspetto non rilevante, di distrazione. Se poi si analizza questo dato limitatamente all’Italia, si scende al 2%. Mentre il 40% delle imprese del Vecchio Continente vede nell’IA un game changer e il 50% un fattore di “igiene”, quindi necessario. Queste informazioni emergono dalla ricerca CIO PlayBook 2024: It’s all About Smarter AI che Lenovo ha condotto con IDC e che ha avuto come campione 600 decisori IT e aziendali (ITBDM) di organizzazioni selezionate in tutta l’area EMEA, di cui 50 italiane.

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Alessandro de Bartolo, Country General Manager, Infrastructure Solutions Group, di Lenovo in Italia

Commentando questi risultati, Alessandro de Bartolo, Country General Manager, Infrastructure Solutions Group, di Lenovo in Italia ha affermato: “Rispetto al resto dell’Europa, in Italia c’è una maggiore consapevolezza che l’AI in azienda sia un tema da non trascurare e che non possa essere considerata una semplice distrazione. Inoltre, due aziende su cinque ritengono l’AI un elemento di competitività in grado di portare un cambiamento nel business e la metà delle organizzazioni la ritiene addirittura un fattore igienico, quindi un passo obbligato per tenere il passo del mercato ed essere competitivi”.

Investimenti in AI in crescita

Secondo la ricerca, il 2024 si prospetta un anno di rilevante crescita per gli investimenti nelle tecnologie di intelligenza artificiale: è infatti previsto un aumento del 61%. Questa previsione rispecchia l’ampio consenso tra le aziende sull’importanza cruciale dell’intelligenza artificiale, che viene vista da molte realtà come un autentico “punto di svolta”.

Sebbene l’intelligenza artificiale generativa abbia catalizzato l’interesse, l’indagine rivela che gli investimenti saranno equamente divisi tra tutte le forme di AI: predittiva, interpretativa e generativa.

Quasi due terzi delle aziende hanno già investito in AI, mentre un ulteriore 40% prevede di farlo entro la fine dell’anno. Solo il 3% delle imprese non ha intenzione di intraprendere progetti di IA, segno di un ampio consenso sull’importanza strategica di questa tecnologia.

Nei settori verticali, l’interesse per l’intelligenza artificiale varia, ma il consenso sul suo potenziale è evidente: la maggior parte dei settori ha già investito nell’intelligenza artificiale generativa, con percentuali significative anche in ambito governativo.

Le sfide principali

Tuttavia, nonostante l’ottimismo diffuso, l’adozione dell’intelligenza artificiale non è priva di sfide. Tra le principali, il 40% degli intervistati cita i limiti di capacità dei modelli AI generativi, seguiti dai timori riguardo al potenziale uso improprio e alle “allucinazioni” dell’AI. A livello organizzativo, emergono sfide culturali e IT, tra cui la resistenza all’adozione da parte del personale e delle strutture IT tradizionali.

D’altro canto, l’implementazione dell’AI è ben lontana dall’essere “univoca”. Molti casi d’uso possono essere implementati attraverso i tradizionali modelli di utilizzo del software, ma altri richiedono una personalizzazione significativa o una formazione approfondita. Le organizzazioni che vogliono massimizzare il valore dell’IA devono adottare diversi approcci, ognuno dei quali comporta competenze, strategie, infrastrutture, dati e strumenti software unici. Il 45% delle organizzazioni dichiara di non avere il supporto necessario da parte dell’IT per implementare con successo l’AI.

L’Italia è il Paese che registra uno dei tassi più elevati di investimenti pianificati in AI generativa (68%), evidenziando un impegno significativo verso questa tecnologia. Inoltre, l’Italia si distingue per la sua relativa facilità nel reclutare personale con competenze in AI, rispetto alla media regionale.

Ripensare l’adozione del cloud

Un aspetto su cui ha messo l’accento Alessandro de Bartolo è che “l’implementazione delle artificiale d’azienda rappresenterà sempre di una spinta a ripensare l’adozione del cloud”. Solo il 17% del camipione pensa che i progetti di AI saranno implementati in un public cloud provider. Il 48% e il 24% invece prediligono rispettivamente la versione privata del cloud e la versione ibrida. “Questo probabilmente perché si riconosce che fare un progetto di IA non comporta solo di mettere i dati in cloud, ma anche i KPI e le logiche aziendali, gli algoritmi per interpretare i dati. Le applicazioni di AI rappresentano sempre di più il core business dell’azienda, quindi, la scelta si indirizza sempre di più verso il build interno dei progetti di AI”.

Il caso di VHIT

Quella del mix pubblico privato è la via che ha seguito anche la società di manufacturing VHIT, che ha circa 600 dipendenti e opera nell’automotive. L’amministratore delegato Corrado la Forgia ha sostenuto: “L’AI non è una tecnologia, è una scienza. Noi non l’abbiamo utilizzata perché è di moda, ma perché ci è utile. Il nostro è un settore molto competitivo, i margini sono bassi e quindi dobbiamo stare nei costi. Così abbiamo usato l’AI per svolgere compiti che permettono alle persone di liberare del tempo per dedicarsi ad attività più creative. Noi abbiamo bisogno di dedicarci alla progettazione, più che a compilare fogli Excel”.

VHIT produce 6 milioni di pezzi l’anno e il ricorso all’IA ha portato a ridurre gli scarti dal 2% allo 0,1%. Inoltre, ha consentito di portare al 90% il rendimento di alcune macchine e, più in generale, di avere un aumento della produttività del 5-6%. E tutto questo puntando sul fatto che “l’AI è uno strumento a servizio dell’uomo e non lo sostituisce. Anzi, deve esserci sempre un uomo che la governa, ma per far questo deve avere adeguate competenze a consapevolezza”.

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