Digital Realty punta su Roma per cloud e AI

Alessandro Talotta, managing director di Digital Realty in italia, spiega la strategia industriale alla base del campus Rome, il ruolo della connettività, il rapporto con il territorio e le prospettive legate ad AI, cloud e hyperscaler.

Intervista ad Alessandro Talotta, managing director di Digital Realty in italia, che spiega la strategia industriale alla base del campus Rome, il ruolo della connettività, il rapporto con il territorio e le prospettive legate ad AI, cloud e hyperscaler.

Come nasce la collaborazione con Schneider Electric e perché è rilevante per il progetto Rome?

Quando scegliamo un partner guardiamo agli obiettivi che abbiamo nella programmazione dei prossimi dieci anni. La prima cosa che valutiamo è l’investimento in ricerca e sviluppo, perché abbiamo bisogno di interlocutori capaci di innovare in modo continuo. Noi investiamo molto e pretendiamo che tutta la catena contribuisca all’evoluzione dell’infrastruttura, anche perché i nostri requisiti tecnici sono molto specifici.

Non si tratta di realizzare un semplice impianto, ma di assicurare per i prossimi dieci o quindici anni un’infrastruttura sostenibile, modulare, standardizzata dove serve, intercambiabile e adattabile. Sappiamo già che i clienti chiederanno più densità, più energia e minori costi operativi. Per questo servono partner globali come Schneider Electric, in grado di accompagnarci nel nostro percorso strategico di crescita.

Dieci anni sono un periodo lungo in un settore in cui la tecnologia cambia molto rapidamente. Come si progetta un data center in questa prospettiva?

Dieci anni significa avvicinarsi il più possibile alla vita utile del data center. Non è pensabile sostituire un data center ogni due anni, ma è possibile progettarlo in modo da renderlo adattabile. Bisogna prevedere flessibilità negli spazi, nel raffreddamento, negli accessi, nella distribuzione degli apparati e nella continuità di servizio.

Ogni anno aggiorniamo il nostro Reference design. Questo significa che il progetto deve evolvere, ma deve anche rimanere coerente con tempi autorizzativi, vincoli urbanistici e richieste tecniche. A volte anche una modifica apparentemente minima può avere un impatto sull’intero disegno dell’infrastruttura. Per questo la progettazione deve muoversi in parallelo con tutte le variabili del progetto.

La prima priorità resta la business continuity: queste sono infrastrutture critiche che devono restare sempre attive.

Quanto conta la sicurezza nella scelta e nella progettazione del sito?

La sicurezza è fondamentale, a partire dalla location. Bisogna coniugare sicurezza fisica e sicurezza logica, che rappresentano due piani distinti ma paralleli. Nel nostro caso, dal punto di vista dell’infrastruttura, la sicurezza fisica ha un peso enorme. Parliamo di accessi, percorsi, barriere, protezione perimetrale, gestione dei rischi fisici e interlocuzione con le amministrazioni. In alcuni casi servono mesi di confronto solo per arrivare a una configurazione soddisfacente sotto il profilo della sicurezza.

In Italia questo tema è particolarmente sentito. C’è una forte attenzione alla prevenzione, alla protezione civile, al rapporto con i vigili del fuoco e alla collocazione del sito nel territorio. È un lavoro complesso, ma necessario, perché il livello di sofisticazione richiesto dai clienti è molto elevato.

Perché Roma è strategica nella geografia dei data center?

Roma non è un sito isolato nella strategia di Digital Realty. Fa parte della nostra strategia mediterranea, che guarda ai Paesi e agli snodi affacciati sul Mediterraneo: Creta, Atene, Israele, Barcellona, Marsiglia e Roma. Le grandi direttrici di traffico, le dorsali dei cavi sottomarini e la geopolitica dei dati indicano la necessità di un hub importante nel Centro Italia, capace di servire il Centro-Sud e di diventare un riferimento anche per eventuali progetti di landing dei cavi sottomarini.

Il tema della connettività è centrale. Quando un cliente entra in un nostro data center entra, di fatto, nella galassia degli oltre 300 data center che gestiamo a livello globale. Questa è una componente essenziale del valore industriale del progetto.

Roma è sempre stata considerata un mercato secondario rispetto a Milano. Questo progetto può cambiare lo scenario?

Roma oggi è un mercato Tier 2, ma i Tier 2 possono diventare Tier 1 se si sviluppano domanda, connettività e interconnessione. Un’infrastruttura isolata non crea un hub. Serve un ecosistema: operatori di rete, fornitori di contenuti, cloud provider, clienti enterprise e capacità di interconnessione. Il primo modulo Rome 1 è funzionale proprio a costruire questa base per l’interconnessione.

L’obiettivo è portare i contenuti più vicino al cliente, creare prossimità e qualità del servizio. Inoltre, Roma può integrare l’offerta italiana oggi molto concentrata su Milano, offrendo un secondo polo importante anche per la continuità operativa e il disaster recovery. La nostra ambizione più grande sarebbe vedere gli hyperscaler aprire una seconda Region italiana a Roma.

Se questo succedesse, si aspetta uno spostamento delle aziende del Centro-Sud da Milano a Roma?

Non una migrazione, ma la possibilità di integrarsi sempre di più con facility più vicine, capaci di sostenere l’evoluzione verso l’intelligenza artificiale e di rendere gli strumenti digitali più accessibili.

Che ruolo può avere l’AI nello sviluppo del campus romano?

L’AI sarà certamente un motore. Il tessuto industriale del Centro-Sud è importante e non va banalizzato: turismo, sanità, pubblica amministrazione, servizi e imprese possono beneficiare di infrastrutture più vicine e più potenti per abilitare l’innovazione digitale.

Il campus Rome può essere uno dei siti indicati per progetti legati all’intelligenza artificiale e anche alle cosiddette AI factory, perché le esigenze di capacità computazionale non cesseranno di crescere nel futuro. L’Italia ha davanti un’opportunità. Può giocarsi una partita importante se saprà valorizzare la grande affidabilità della sua rete elettrica, il time to market e le competenze industriali. Se uno dei grandi progetti europei legati all’AI venisse assegnato all’Italia, potrebbe diventare un esempio concreto della capacità del Paese di offrire innovazione a livello europeo.

Il progetto nasce anche come intervento di riqualificazione urbana. Che cosa cambierà nell’area su cui sorgerà il data center?

Il sito romano nasce su un ex centro gestionale Acea. L’area è di circa 20 ettari e sarà oggetto di un intervento ampio: parchi, centinaia di alberi, parcheggi pubblici, rifacimento della strada, nuova isola ecologica e spazi messi a disposizione per l’espansione delle infrastrutture elettriche. Non è solo un data center, ma un progetto di riqualificazione urbana e territoriale.

Abbiamo già incontrato la comunità locale, siamo andati a parlarne nelle scuole e abbiamo coinvolto amministrazione, municipio e territorio. Non  va dimenticato che un progetto di questo tipo deve creare anche competenze locali. A Roma serviranno tecnici, figure specializzate e persone da formare. Per questo il rapporto con scuole, università e comunità è parte integrante del progetto.

LEGGI ANCHE

Gli ultimi articoli