Non è più solo il luogo dove i dati vengono conservati: lo storage aziendale sta assumendo un ruolo attivo nella difesa dal ransomware, integrando controllo degli accessi, rilevamento delle anomalie e capacità di risposta in tempo reale.
Per anni lo storage è stato trattato come un livello passivo dell’infrastruttura IT: un contenitore da proteggere con firewall, backup periodici e policy di accesso definite altrove. Il cyberstorage ribalta questa impostazione, portando dentro il sistema di storage stesso funzioni di sicurezza attiva: rilevamento comportamentale delle anomalie che possono segnalare un attacco ransomware in corso, snapshot immutabili non cancellabili nemmeno da un amministratore compromesso, isolamento automatico dei volumi sospetti e procedure di recovery rapide e verificate. L’obiettivo è ridurre il tempo che intercorre tra la compromissione e il contenimento, spostando parte della difesa dal perimetro della rete al punto in cui i dati risiedono davvero.
Questo spostamento non riguarda soltanto i sistemi di storage in senso stretto e la stessa logica, sicurezza incorporata, controllo continuo, capacità di reazione automatica, si sta estendendo ai dispositivi che generano i dati, a chi (o cosa) vi accede e alle competenze necessarie per progettare questi sistemi.
Il dispositivo come prima linea: gli obblighi del Cyber Resilience Act
Dall’11 settembre 2026 sono operativi i nuovi obblighi di segnalazione delle vulnerabilità e degli incidenti di sicurezza gravi previsti dal Cyber Resilience Act, il regolamento europeo che fissa requisiti di cybersecurity per tutti i prodotti hardware e software connessi alla rete. Le tempistiche sono strette: un preavviso alle autorità entro 24 ore dalla scoperta di un incidente, una notifica completa entro 72 ore e un rapporto conclusivo entro 14 giorni dall’adozione della misura correttiva. Le sanzioni per la mancata conformità possono arrivare a 15 milioni di euro o al 2,5% del fatturato globale annuo dell’azienda.
Axis Communications, specializzata in soluzioni di videosorveglianza di rete, richiama l’attenzione della filiera su quattro aree di intervento: la gestione tempestiva di vulnerabilità e incidenti, l’adozione di un approccio Security by Design basato su una solida radice di fiducia hardware, la garanzia di aggiornamenti di sicurezza per almeno cinque anni e una responsabilità condivisa lungo tutta la catena di fornitura, dai produttori di componenti ai system integrator. Secondo l’azienda, il settore della videosorveglianza è particolarmente esposto perché i dispositivi connessi non si limitano a generare immagini, ma archiviano dati sensibili che vanno protetti quanto l’hardware stesso. Simone Biancardi, key account manager end customer di Axis, sostiene che con il Cyber Resilience Act si consolidi un principio per il quale la sicurezza va integrata fin dalla progettazione e mantenuta per l’intero ciclo di vita del prodotto, con un’attenzione costante alla gestione delle vulnerabilità e alla collaborazione tra i diversi attori della filiera.
È un tassello dello stesso scenario descritto per il cyberstorage: se i dati sensibili vengono generati anche dai dispositivi di edge (una telecamera, un sensore, un endpoint IoT) la loro protezione non può limitarsi al sistema di storage centrale, ma deve risalire fino alla fonte.
Chi accede ai dati? Il nuovo fronte dell’identità degli agenti AI
Se il primo fronte riguarda il dispositivo che genera il dato, il secondo riguarda chi, o cosa, vi accede una volta archiviato. Rubrik ha recentemente presentato Rubrik Agent Identity, soluzione pensata per monitorare e controllare in tempo reale l’accesso e i permessi degli agenti AI che operano su applicazioni SaaS, database e API aziendali.
Secondo Rubrik, la diffusione degli agenti agentici sta creando una sorta di “shadow workforce” non monitorata, che si muove spesso con credenziali statiche pensate per utenti umani e non per attori autonomi. Dev Rishi, general manager of AI dell’azienda, sostiene che oggi gli agenti non si limitino più a riassumere informazioni ma agiscano concretamente per conto dei dipendenti, e che serva quindi un modello capace di decidere chi può fare cosa, applicarlo per ogni singola chiamata verso i tool e revocare l’accesso non appena l’azione è conclusa. Rubrik cita inoltre dati della propria divisione di ricerca, Rubrik Zero Labs, secondo cui l’86% dei responsabili IT e security a livello globale prevede che gli agenti AI supereranno i guardrail di sicurezza della propria organizzazione entro il prossimo anno, mentre solo il 23% dichiara di avere piena visibilità sugli agenti attivi nei propri ambienti.
La soluzione, integrata nella piattaforma Rubrik Agent Cloud insieme al framework di governance SAGE, si articola in quattro funzioni: osservabilità degli agenti a runtime, controllo dell’accesso per singola chiamata a tool, applicazione delle policy in tempo reale e capacità di annullare (rewind) le azioni indesiderate di un agente. Le richieste verso i tool MCP passano per tre verifiche in sequenza, analisi semantica del comportamento, controllo delle policy di accesso e autenticazione dell’identità, prima di generare un token di accesso limitato a quella singola operazione. La piattaforma si integra con sistemi di identità già in uso in azienda, come Okta e Microsoft Entra ID.
È un’estensione naturale della logica del cyberstorage: se lo storage diventa attivo nel riconoscere comportamenti anomali sui dati, lo stesso principio va applicato a chi genera quei comportamenti, uomo o agente AI che sia.
Le competenze del canale, l’anello che tiene insieme la catena
Dispositivi sicuri per progettazione e controllo puntuale degli accessi non bastano, però, se chi li implementa presso i clienti non ha le competenze per farlo bene. È il tema sollevato da Antonio Burinato, direttore generale di Innovaway, secondo cui il mercato ICT italiano cresce (il rapporto “Il Digitale in Italia 2026” di Anitec-Assinform registra un +3,4% nel 2025, sopra la crescita del PIL) ma questo valore arriva sempre meno al canale: una survey Omdia su circa 25mila partner a livello globale rileva che l’81% degli operatori si aspetta una crescita aziendale inferiore alla media del mercato IT. Secondo Burinato, la causa è strutturale: mentre l’hardware ristagna, software, cybersecurity e AI corrono a doppia cifra, ma la maggiore complessità di questi progetti si traduce in erosione dei margini, non in maggiore redditività.
Per Innovaway, la risposta passa da una funzione di ricerca e sviluppo interna al system integrator, capace di sperimentare tecnologie e metodologie prima che diventino richiesta di mercato. Un vantaggio che si tradurrebbe, secondo l’azienda, in prototipi e proof of concept verificabili, in cicli di delivery più rapidi e prevedibili, in una maggiore capacità di attrarre talenti e in una maggiore indipendenza nelle valutazioni su vendor e piattaforme.
È l’anello che, a ben vedere, tiene insieme i primi due fronti del cyberstorage: dispositivi conformi al Cyber Resilience Act e piattaforme capaci di governare l’identità degli agenti AI richiedono competenze specifiche per essere progettati, integrati e mantenuti nel tempo.

