Sicurezza OT: perché non bastano più le difese IT

La connessione tra sistemi IT e OT rende le reti industriali più vulnerabili. Per proteggere la produzione servono visibilità, controllo e un approccio proattivo.

Con l’aumento della connettività e dell’automazione, le infrastrutture industriali sono diventate terreno fertile per gli attacchi informatici. Un singolo malware in un sistema OT può arrestare la produzione, danneggiare macchinari, alterare processi critici o mettere in pericolo la sicurezza fisica degli operatori. Il rischio non è teorico. È concreto e in crescita.

Fino a pochi anni fa, i sistemi OT (Operational technology) vivevano isolati, scollegati dalla rete aziendale. Oggi non è più così. Sensori, attuatori, PLC, SCADA e robot sono sempre più integrati nei sistemi IT, collegati a cloud, gestionali, dashboard analitiche. Questa convergenza ha migliorato efficienza e controllo, ma ha anche esposto l’OT alle stesse vulnerabilità del mondo IT, con un’aggravante: un attacco su un asset OT ha spesso impatti fisici immediati.

Un ecosistema ibrido, una superficie d’attacco più estesa

Nel nuovo scenario, le reti industriali non sono compartimenti stagni. Un ransomware introdotto attraverso un’email di phishing può diffondersi fino al cuore dell’impianto. Un malware pensato per l’IT può bloccare una linea di assemblaggio o sabotare parametri di controllo. L’accesso remoto non protetto a un PLC può diventare il punto d’ingresso per compromettere l’intero sistema.

Non si tratta più solo di proteggere dati: la posta in gioco è la continuità operativa. Un fermo impianto può significare milioni di euro persi, danni reputazionali e ritardi nella catena di fornitura.

Perché la difesa tradizionale non basta

Molte aziende applicano agli ambienti OT le stesse logiche difensive dell’IT. Firewall, antivirus, segmentazione di rete. Strumenti utili, ma spesso inadatti al contesto industriale. I dispositivi OT hanno cicli di vita lunghi, software legacy, bassa tolleranza alle patch, e richiedono disponibilità continua. Interrompere un processo per aggiornare un sistema può essere impraticabile.

Inoltre, la visibilità sui dispositivi OT è spesso limitata. Non si sa con precisione cosa è connesso alla rete, quali vulnerabilità sono presenti, chi sta comunicando con cosa. Senza una mappatura chiara degli asset e dei flussi, è impossibile controllare davvero l’ambiente.

Un falso senso di sicurezza nella produzione

Secondo lo studio “Warfare Without Borders: AI’s Role in the New Age of Cyberwarfare” di Armis,Il 64% dei decisori IT nel settore manifatturiero italiano afferma che la propria organizzazione è pronta a gestire un attacco di guerra informatica. Tuttavia, la realtà racconta una storia diversa:

  • Il 45% degli intervistati ammette che la propria organizzazione è già stata hackerata e non è riuscito a proteggere l’ecosistema in modo adeguato.
  • Il 68% riporta di aver sofferto da una a due violazioni della sicurezza informatica e conferma di aver pagato un riscatto a seguito di un ransomware.

Questi numeri evidenziano come la percezione di preparazione spesso non corrisponda alla realtà, soprattutto quando mancano strumenti efficaci, processi solidi o un controllo unificato degli ambienti IT e OT.

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Nicola Altavilla, Director of the Mediterranean Region di Armis

“Uno dei principali ostacoli è la frammentazione della visibilità e del controllo – come sostiene Nicola Altavilla, Director of the Mediterranean Region di Armis -. Molte organizzazioni si affidano a strumenti isolati per monitorare specifiche categorie di asset, lasciando ampie zone d’ombra che gli attaccanti possono facilmente sfruttare. Rafforzare la postura di sicurezza richiede un approccio unificato e continuo: non solo un inventario statico, ma una visione approfondita e costantemente aggiornata di ogni asset connesso”. 

A questa complessità si aggiungono le conseguenze strategiche e normative. Secondo i dati Armis, il 27% delle aziende manifatturiere italiane ha rinviato, bloccato o cancellato progetti di trasformazione digitale a causa della minaccia rappresentata dalla guerra informatica. La paura dell’esposizione sta rallentando l’innovazione proprio nei momenti in cui sarebbe più necessaria.

Nel frattempo, la pressione normativa è in aumento. “La Direttiva NIS2, in vigore dalla fine del 2024, estende esplicitamente gli obblighi di sicurezza anche agli ambienti OT dei settori più critici: produzione, energia, sanità e logistica. Le organizzazioni che non adottano un approccio proattivo e basato sul rischio si espongono non solo a minacce operative, ma anche a serie criticità di conformità” continua Altavilla.

Verso un approccio proattivo e integrato

Per proteggere efficacemente gli ambienti OT serve un cambio di paradigma. Non bastano reazioni a posteriori. È necessario un approccio proattivo, che metta al centro:

  • Visibilità continua: sapere in ogni momento quali dispositivi sono online, come comunicano, quali anomalie si presentano.

  • Segmentazione intelligente: isolare le reti OT da quelle IT, ma anche suddividere internamente gli ambienti industriali per limitare la propagazione di un eventuale attacco.

  • Monitoraggio in tempo reale: utilizzare strumenti di detection specifici per l’OT, capaci di riconoscere attività sospette senza compromettere le prestazioni operative.

  • Gestione delle vulnerabilità: identificare asset obsoleti, software non aggiornati, configurazioni deboli, e definire priorità di intervento.

  • Formazione del personale: coinvolgere chi lavora sul campo, spesso poco abituato a logiche di cybersecurity, con programmi mirati e concreti.

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