Non basta usare l’AI, deve essere integrata nei processi

All’evento Into The Rabbit World, esperti e aziende a confronto su un punto chiave: l’AI genera valore solo se integrata nei flussi operativi, superando l’uso frammentato e sperimentale.

L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia emergente, ma una vera infrastruttura capace di ridefinire modelli di comunicazione, produzione dei contenuti e sviluppo del business. È attorno a questa trasformazione sistemica che si è articolato Into The Rabbit World, l’evento organizzato da Pull The Rabbit presso SmartCityLab, spazio del Comune di Milano dedicato all’innovazione urbana e gestito da un raggruppamento guidato da PwC Italia.

Un contenitore materico capace di generare valore

A introdurre il contesto è stato Laura Prinzi, general manager SmartCityLab Milano e senior manager PwC Italia, che ha sottolineato il ruolo strategico del luogo che ha ospitato l’incontro: “Smart City Lab nasce da un’intuizione felice del Comune di Milano e ha l’obiettivo di guardare all’innovazione nei contesti urbani”. Uno spazio che non è solo fisico ma progettuale, destinato a evolversi nel tempo: “Per i prossimi sei anni questo luogo sarà un incubatore e acceleratore d’impresa sui temi smart city, un laboratorio e uno showcase di tecnologie sperimentali, ma anche un produttore di conoscenza e consapevolezza”. In questa visione, ha aggiunto, “Smart City Lab è un contenitore materico, ma anche un contenuto in sé, capace di generare valore”.

Non basta usare l’AI, bisogna integrarla profondamente nel quotidiano

All’interno di questo scenario si inserisce Pull The Rabbit, ecosistema Madtech AI-first che, in un’unica architettura data-driven, integra media, creator economy e performance marketing. A raccontarne la visione è stato Simone Pepino, chief architect di Pull The Rabbit, che ha chiarito fin da subito la natura del progetto: “Abbiamo scelto un nome non convenzionale perché oggi la comunicazione sta rompendo gli schemi e volevamo rappresentare proprio questo cambiamento”. Un cambiamento che ha come motore principale l’intelligenza artificiale, ormai diffusa nella quotidianità: “Oggi praticamente tutti utilizziamo l’intelligenza artificiale, mentre solo due anni fa sembrava fantascienza”.

La portata della trasformazione, secondo Pepino, è paragonabile a un salto tecnologico radicale: “È come passare da un motore a un razzo: la capacità di diffusione e impatto non ha confronti”. Ma il punto non è semplicemente utilizzare l’AI, bensì integrarla profondamente: “Non vogliamo usare l’intelligenza artificiale ‘tanto per’, ma farla entrare nei nostri prodotti, nei processi e nel lavoro quotidiano”. In questo senso, l’AI diventa leva di efficienza e creatività: “Non si tratta di tagliare risorse, ma di ottimizzarle e rendere tutto più efficace”. E ancora: “Il vero interrogativo non è se e come usare l’AI, ma capire cosa serve davvero e quali problemi può risolvere”.

Un approccio che trova applicazione concreta, per esempio, nelle piattaforme di influencer marketing evolute: “Un lavoro che prima richiedeva ore oggi si fa in pochi minuti, con risultati più precisi e completi”. Lo stesso vale per i contenuti editoriali e formativi: “L’intelligenza artificiale può diventare un vero coach, che ti guida passo dopo passo nello sviluppo delle competenze”. Anche il marketing cambia paradigma: “Siamo passati dall’A/B test all’infinite test, con ottimizzazioni in tempo reale”.

L’AI sta diventando un vero stakeholder

A offrire una lettura più critica e sistemica è stata Stefania Romenti, professore associato di Strategic Communication presso l’Università IULM, che ha posto l’accento sulle implicazioni profonde dell’AI nella comunicazione: “Oggi non è più scontato che le organizzazioni comunichino solo con esseri umani: l’intelligenza artificiale sta diventando un vero e proprio stakeholder”. L’impatto si manifesta su più livelli, fino a incidere nei processi decisionali: “Stiamo già vedendo decisioni e cambiamenti nei progetti suggeriti dall’AI senza il passaggio dal management”.

Il cambiamento è evidente anche nel contesto digitale: “Nel 2024 la comunicazione simulata ha superato quella umana e una quota crescente è generata da bot malevoli”. Un fenomeno che richiama la cosiddetta Dead Internet Theory: “Il web non è più uno spazio di conversazione autentica, ma un ambiente progettato per catturare attenzione attraverso algoritmi e contenuti emotivi”. Di conseguenza, cambia anche la formazione dell’opinione pubblica: “Siamo passati da un’opinione mediata dai giornalisti a una filtrata dagli algoritmi, fino a un’opinione pubblica sintetizzata dall’intelligenza artificiale”.

Romenti ha evidenziato anche le ricadute sul marketing e sulla cognizione umana: “Sempre più ricerche si concludono senza visitare siti: il SEO da solo non basta più”. E sul piano individuale: “Esiste un vero e proprio ‘debito cognitivo’: riduciamo memoria e capacità di concentrazione senza rendercene conto”. In questo contesto, la fiducia diventa un elemento complesso: “Credibilità delle informazioni, trasparenza sull’uso dell’AI e solidità della reputazione sono le condizioni per essere credibili oggi”.

L’AI deve entrare nei piani di sviluppo e di business

Il ritardo dell’Italia nell’adozione strutturata dell’AI è stato sottolineato da Chiara Trombetta, direttrice Media & Events di StartupItalia e chief product officer di Pull The Rabbit: “Solo il 16,4% delle aziende integra davvero l’AI nei propri processi: è un dato che mostra quanto ci sia ancora spazio di crescita”. Un gap che però rappresenta anche un’opportunità: “L’integrazione dell’intelligenza artificiale non è solo utilizzo individuale, ma deve entrare nei piani di sviluppo e di business”.

Marajeva Zizza, COO di Hoopygang e chief commercial officer di Pull The Rabbit ha ampliato il quadro, spostando il focus sulla dimensione culturale: “Non è solo una questione di tecnologia o processi: il vero cambiamento è culturale, nel modo in cui le persone lavorano e pensano”. Un’evoluzione che segue uno schema ricorrente: “Prima c’è la corsa alla tecnologia, poi all’organizzazione, ma il vero salto avviene quando cambia l’approccio delle persone”. Da qui nasce anche una missione educativa: “Vogliamo dare strumenti concreti per accompagnare persone e aziende in questo cambiamento, non solo raccontare l’AI”. Senza dimenticare il valore delle relazioni: “Alla fine, oltre alla tecnologia, ciò che resta e crea valore nel business sono le relazioni”.

Per produrre valore serve un cambio di paradigma

Un approccio concreto e operativo è stato proposto da Lucia Cenetiempo, AI advisor & Creative technologist Il Cantiere della Sperimentazione, che ha posto una domanda chiave: “Quanto possiamo permetterci oggi di restare fuori da questo mondo di competenze e conoscenza?”. I dati parlano chiaro: “Le aziende AI-centric riducono i costi fino al 40% e aumentano i margini: sono numeri impensabili fino a poco tempo fa”. Tuttavia, l’adozione resta spesso inefficace: “L’AI è entrata nelle aziende a pezzi: tanti tool, tanti test, ma l’80% degli output viene buttato via”.

Il problema è metodologico: “Senza un metodo condiviso, gli output sono incoerenti e inutilizzabili”. Per questo serve un cambio di paradigma: “Non basta l’entusiasmo: oggi serve lucidità nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale”. Il valore emerge solo quando cambia il modo di lavorare: “Se l’AI non cambia il modo di lavorare, non sta creando valore”. La direzione è chiara: “L’intelligenza artificiale funziona quando diventa infrastruttura, integrata nei flussi operativi e stabile nel tempo”. E la prospettiva futura è netta: “In futuro l’AI sarà la condizione minima nel business: la differenza la farà chi la userà come sistema”.

Le persone prima della tecnologia

Una visione diversa, più pragmatica, è arrivata da Adela Leka, head of Communications Southern Europe di TikTok, che ha raccontato l’esperienza della sua azienda: “Per noi l’AI non è il centro di tutto, ma uno strumento tra tanti: ha senso solo se risolve davvero un problema”. Una tecnologia già presente da lungo tempo, anche se invisibile: “Su TikTok usiamo l’intelligenza artificiale da anni, ma la chiamavamo semplicemente ‘filtri’”. Al centro resta la community: “Non partiamo dalla tecnologia, ma dalle persone”.

L’ascolto diventa quindi fondamentale: “Il primo consiglio a brand e aziende è ascoltare la community”. Anche perché la comunicazione è bidirezionale: “Se arrivi con un approccio top-down o con uno spot tradizionale, non funziona”. Il modello della piattaforma premia i contenuti: “Su TikTok non vince chi ha più follower, ma il contenuto”. E mantiene un approccio responsabile all’AI: “Etichettiamo tutti i contenuti generati con l’intelligenza artificiale: la trasparenza per noi è fondamentale”.

Generative AI e AI literacy tra le competenze che crescono di più

Infine, Yari Bovalino, head of Communications Southern Europe di LinkedIn, ha portato una prospettiva basata sui dati di LinkedIn ed Economic Graph: “Abbiamo analizzato dati e trend globali per capire come stanno cambiando competenze, professioni e modalità di apprendimento”. Il risultato è chiaro: “La generative AI e l’AI literacy sono tra le competenze che crescono di più”. Ma accanto alle competenze tecniche emergono quelle umane: “Crescono molto anche le competenze legate alla comunicazione, alla leadership e alla dimensione umana del lavoro”.

Il ruolo delle piattaforme evolve: “LinkedIn è sempre più uno spazio di informazione, apprendimento e connessione tra professionisti”. Con un focus su qualità e autenticità: “Premiamo contenuti rilevanti, verticali e basati su esperienze reali”. Anche qui l’AI gioca un ruolo chiave: “Aiuta a selezionare e valorizzare contenuti di qualità, penalizzando quelli poco autentici”.

Un ecosistema integrato per triplicare il fatturato

La roadmap 2026 presentata durante l’evento consolida questa visione: Pull The Rabbit punta a costruire un ecosistema integrato in cui media, creatività, formazione e performance convergono in un sistema guidato dai dati e dall’intelligenza artificiale. I numeri del 2025 raccontano una crescita significativa, con milioni di visualizzazioni, centinaia di campagne e un fatturato superiore ai 10 milioni di euro.

L’obiettivo è ambizioso: raggiungere i 30 milioni entro il 2029, attraverso sviluppo tecnologico e integrazione di nuove realtà. Ma il messaggio che emerge con forza da “Into The Rabbit World” è più ampio: l’intelligenza artificiale non è più un’opzione o un vantaggio competitivo temporaneo. È la nuova infrastruttura su cui si costruiscono comunicazione, business e relazioni. E la vera differenza, come più volte ribadito dagli speaker, non sarà tra chi la utilizza e chi no, ma tra chi saprà integrarla in modo sistemico e chi continuerà a trattarla come un semplice strumento.

 

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