AI, innovazione dirompente che però bisogna saper gestire

L’AI è una discontinuità strutturale che inciderà profondamente sulle capacità produttive, sui modelli di business e sui processi decisionali. Lo afferma Romeo Scaccabarozzi, Amministratore Delegato di Axiante, che avverte: per ottenere un reale valore, servono un’analisi accurata della propria strategia e una progettazione mirata dei processi, insieme a un impegno significativo in risorse, competenze e tempo e la disponibilità di dati solidi e pertinenti

Ormai da diverso tempo l’intelligenza artificiale è fonte di ampie discussioni negli ambiti più svariati. Il settore IT ovviamente la fa da padrone: i vendor mostrano di avere le idee chiare sulle potenzialità dell’AI, le aziende invece si muovono con cautela perché sono ancora molto incerte su come trarre reali vantaggi dal suo impiego. Abbiamo cercato di fare un po’ di chiarezza su questi temi parlando con Romeo Scaccabarozzi, Amministratore Delegato di Axiante, Business Innovation Integrator.

Qual è la vostra visione strategica sull’evoluzione dell’AI nel contesto della trasformazione digitale?

Sono ormai sette-otto anni che si parla di trasformazione digitale, un lasso di tempo che ha generato una molteplicità di interpretazioni, approcci e applicazioni. Spesso, tuttavia, questo termine viene utilizzato in modo generico e ambiguo, quasi fosse un contenitore ampio e quasi magico. Nel corso degli anni, diverse realtà hanno parlato di innovazione con concetti molto eterogenei – dalla sicurezza informatica alle tecnologie IoT, fino ai big data – attribuendo a ciascuno un significato e un peso differenti.

Oggi, però, con l’intelligenza artificiale stiamo affrontando una nuova dimensione della trasformazione digitale, qualcosa di profondamente diverso e di gran lunga più radicale rispetto a quanto visto finora. L’AI non è infatti semplicemente un componente aggiuntivo della trasformazione digitale, quanto piuttosto come un elemento di rottura e di discontinuità tecnologica e culturale. Questa innovazione possiede una natura dirompente che va oltre la mera sostituzione o integrazione di strumenti esistenti.

Può spiegare in cosa intende con “natura dirompente”?

Per comprendere appieno la portata di questa nuova fase, è utile fare un parallelo storico con altre rivoluzioni tecnologiche. Pensiamo al PC, che all’epoca della sua introduzione ha rappresentato una democratizzazione dell’accesso alla tecnologia, a differenza dei grandi sistemi centrali e mainframe utilizzati in precedenza. Analogamente, la diffusione di Internet e delle reti ad alta velocità ha trasformato radicalmente non solo le modalità di comunicazione, ma anche l’organizzazione stessa della società e dell’economia.

L’intelligenza artificiale rappresenterà un salto quantico, in grado di ridefinire le regole del gioco nei prossimi anni, con un impatto potenzialmente superiore e più profondo rispetto alle innovazioni precedenti.

Questo cambiamento non deve essere interpretato come una semplice evoluzione incrementale, ma come una discontinuità strutturale che inciderà profondamente sulle capacità produttive e decisionali, sui modelli di business, sui processi e, più in generale, sull’intero tessuto socioeconomico.

Peraltro a differenza del PC o della rete, che si sono diffusi prima in ambito professionale e poi privato, l’AI sembra muoversi in direzione opposta: il suo utilizzo è avvenuto prima tra i singoli individui e solo ora si sta consolidando nelle imprese. Questa inversione di paradigma rappresenta una sfida inedita e complessa, che richiede attenzione sia agli aspetti tecnologici sia quelli culturali, organizzativi ed etici.

Qual è il messaggio chiave che volete trasmettere ai decisori aziendali che stanno valutando di investire in AI?

In primo luogo che l’AI non deve essere vista come un semplice strumento per l’automazione o la riduzione dei costi operativi, ma come un driver strategico di aumento della produttività e di creazione di valore. Solo così potrà liberare i suoi vantaggi e farlo soprattutto nel lungo periodo. Se diversamente viene sfruttata solo per tagliare dei costi, l’effetto sarà solo tattico e di breve durata. In secondo luogo, è indubbio che la sfida più grande per le aziende, e per i decisori, è di comprendere in quali ambiti applicativi l’intelligenza artificiale possa generare vantaggi e il massimo ritorno sull’investimento, in termini di efficienza, innovazione e competitività. Questo comporta la necessità di un’analisi accurata della propria strategia e dei processi aziendali e del ruolo che l’AI può giocare e successivamente una ri-progettazione mirata, insieme a un impegno significativo in termini di risorse, competenze e tempo.

Parallelamente, c’è un altro aspetto cruciale da tenere in massima attenzione: la qualità e la gestione dei dati. L’efficacia di qualsiasi soluzione basata sull’intelligenza artificiale dipende in modo imprescindibile dalla disponibilità di dati pertinenti, accurati e soprattutto proprietari, anche attraverso la creazione di dati sintetici. La costruzione e la gestione di un ecosistema dati interno, che risponda a requisiti di qualità e governance rigorosi, rappresenta una sfida complessa e strategica ma imprescindibile per un’adozione efficace dell’intelligenza artificiale.

Quali sono le principali sfide che un’azienda dovrebbe affrontare nell’implementazione di soluzioni basate su AI?

Da un punto di vista organizzativo, è indispensabile promuovere un modello di lavoro collaborativo e interdisciplinare, che coinvolga team multifunzionali composti da figure con competenze di business, tecnologia, operation, strategia e vendite. Solo attraverso una sinergia tra diversi ambiti funzionali è possibile creare un ambiente favorevole all’innovazione continua, alla sperimentazione e all’apprendimento. Questo approccio aiuta anche a ridurre il rischio di errori nella selezione delle persone e delle competenze coinvolte e favorisce una più rapida diffusione della cultura dell’intelligenza artificiale all’interno dell’impresa.

A che punto è l’adozione dell’AI nelle aziende italiane?

Al momento, si colloca ancora in una fase sperimentale, caratterizzata da una forte curiosità ma anche da un certo grado di cautela e incertezza. Non sottovalutiamo che non si tratta di un mercato maturo in cui gli utilizzi e i prodotti sono disponibili e consolidati, ma di un ecosistema in evoluzione dove la domanda e l’offerta si stanno ancora definendo. I principali settori attualmente coinvolti, come il bancario, sono rappresentati da poche grandi realtà che costituiscono la spina dorsale del mercato digitale nazionale, ma non possono essere considerate esaustive del panorama complessivo. Molti altri comparti sono ancora in una fase di test o di applicazione limitata, senza una chiara visione di scala o di investimento strutturato nel medio-lungo termine.

D’altra parte, la rivoluzione portata dall’intelligenza artificiale implica una trasformazione destinata a produrre effetti di lungo periodo, capaci di incidere profondamente sulle dinamiche aziendali ma anche sociali. Proprio per questa ragione è indispensabile che venga interpretata come un’opportunità strategica di crescita e non meramente di saving cost. Solo così l’AI potrà dispiegare appieno il suo potenziale rivoluzionario, contribuendo a un sostanziale miglioramento della produttività e della competitività delle imprese e del sistema economico italiano che attualmente ci vede in una situazione di netto svantaggio.

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