Molto Artificiale e poco Intelligente?

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Ho appena finito di leggere un libro dello scrittore e poeta turco Ahmet Hamdi Tanpinar, dal titolo: “L’Istituto per la regolazione degli orologi”. Nell’intrecciarsi di storie e personaggi, il tutto si orienta alla costituzione di questo ente che secondo la nostra logica delle cose, sembrerebbe inutile e attorno al quale si sviluppano professioni e si aprono uffici altrettanto improbabili. Con l’avanzare della storia si avverte crescere una bellissima contrapposizione tra noi lettori, che riteniamo grottesca l’esistenza di questo ente regolatore, e i personaggi del romanzo che, pur di emanciparsi dalle loro difficili vite, entrano convintamente nei propri ruoli, dando all’ente e al loro lavoro quel valore “insostituibile per la società” che la società stessa riconosce, in un crescendo di convincimenti collettivi assurdi.

Solo il protagonista, ostinatamente legato alla propria storia, ai propri difetti caratteriali e alla realtà così come lui (e noi) l’ha sempre vissuta e percepita, si rifiuta di partecipare a questa follia collettiva. Un breve pensiero, mentre leggiamo, ci porta inevitabilmente un dubbio: e se anche tutti noi stessimo vivendo oggi la stessa situazione nelle nostre società, seguendo una prospettiva basata sull’artificiale, sul superfluo, su enti regolatori nati per giustificare questo modello insostenibile e sulle convenzioni collettive indotte, perdendo di vista la nostra essenza e i valori di riferimento della nostra natura umana? E chi oggi nella nostra società prova a guardare, o peggio, a vivere in una direzione “ostinata e contraria” (cit. De André) come viene visto e giudicato? Emarginato, utopista, non al passo con i tempi, anarchicamente pericoloso? Se il libro va goduto ragionando e pensando (già di per sé due atti rivolulzionari) di trovare ognuno la propria chiave intepretativa, questa storia molto simbolica la si può certo rapportare ai nostri tempi. E proviamo a farlo, brevemente, guardando all’oracolo tecnologico dei nostri giorni, l’intelligenza artificiale.

Lo spunto mi deriva da una recente conferenza a cui ho assistito al Festival dell’Economia di Trento, andato in scena lo scorso fine maggio. Tra i relatori della sessione, Federico Faggin, fisico, imprenditore e soprattutto passato alla storia dell’informatica per essere stato l’inventore del microprocessore (l’MCS-4 poi Intel 4004, in seguito fondatore della ZiLOG e del mitico chip Z80, che all’inizio degli Anni 80 fu usato nei primi videogiochi e home computer) e Fabio Ferrari, fondatore di Ammagamma, dal 2024 parte di Accenture e a capo di un team multidisciplinare di ingegneri, matematici, storici, filosofi e designer.

Usare le tecnologie o esserne usati?

Entrambi, pur su differenti piani, sono impegnati oggi nella difficilissima battaglia per l’umanizzazione dell’AI.

Faggin è l’autore di una complessa teoria della coscienza. Punta a sostenere che mai il computer potrà essere cosciente. Lo scientismo attuale è la scienza che diventa religione e pervade oggi la nostra società in ogni sua articolazione. In sintesi, secondo questa visione anche noi umani siamo macchine, riparabili e superabili dall’AI. I condizionamenti verso questo tipo di approccio sono molto forti e siamo spinti ad accettare un’impostazione in cui noi umani abbiamo solo l’opportunità di diventare parte di un sistema-macchina che, inevitabilmente, sarà sempre più efficace ed efficiente di noi. Ma noi siamo di più: l’informazione per noi è il significato, non la semplice analisi del dato, un significato che ricaviamo da eventi o da simboli. Un approccio invece meccanicistico ci porta sempre più a essere subalterni alla tecnologia e alla sua infinita rincorsa prestazionale.

Nulla, per il nostro progresso, deve essere tolto al valore estremo derivante dall’uso congiunto AI-essere umani, per risolvere i numerosi e complessi problemi che fanno parte della nostra vita. Tuttavia – ha integrato la visione di Faggin l’intervento di Ferrari –  si deve abbandonare il modello efficientista valorizzando un utilizzo tecnologico attraverso discipline orientate al rafforzamento delle unicità umane, utili a contestualizzare sempre meglio i dati, cosa che oggi gli algoritmi non sono ancora in grado di fare. Rispetto alle tecnologie di intelligenza artificiale, abbiamo invece un’Europa focalizzata sulla definizione normativa, un’America che persegue la massimizzazione del business spesso in spregio a limiti etici, e una Cina che sviluppa tecnologie orientate al controllo sociale. Manca la componente di valore umano come approccio tecnologico e di pensiero, che possa opporsi al grande driver economico che spinge per un utilizzo fideistico di queste tecnologie.

Già la ricerca ha intrapreso la strada verso una AI neurosimbolica che basandosi, da un lato, sul modello delle reti neurali umane applicate a sistemi di machine learning progettati per imitare la struttura e il funzionamento del cervello umano e dall’altro sulla symbolic AI, una sottobranca dell’AI focalizzata sull’elaborazione e interpretazione di simboli e concetti, punta a integrare i principi del ragionamento umano, con la capacità di apprendere concetti astratti e simbolici accanto alla riconosciuta analisi di grandi quantità di dati.

La sfida a questi sistemi di AI sempre più intelligenti è quindi sullo sviluppo delle capacità interpretative umane: intuizioni, creatività, ricerca del valore, pensiero laterale, elementi che solo noi umani possediamo e che sono territori rispetto ai quali le macchine faticheranno sempre più di noi. Non si tratta di lasciare queste cose al caso e alle capacità del singolo individuo, ma di sviluppare, attraverso adeguati processi formativi, forme di pensiero e di utilizzo tecnologico orientate a questo modello.

E allora torniamo al nostro libro (quanto è lontano e arcaico dopo solo poche righe di tecnologie AI): siamo sicuri di avere la volontà e la capacità di non far già parte di un Ente per la regolazione degli Orologi, un sistema intelligente e spietato di automazione di cui noi abbiamo accettato le regole e del quale rischiamo di essere solo un semplice, piccolo, ingranaggio?

 

Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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