Disruption, in viaggio verso il nuovo

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Se ci pensate bene, nella drammaticità di quello che ci sta succedendo, pandemia e guerra, viviamo un tempo davvero straordinario. Dove, forse per la prima volta considerando le generazioni nate dopo la seconda guerra mondiale, sentiamo sulla nostra pelle cosa sia davvero una “disruption”, un momento di vera discontinuità con il passato.

Mi riferisco alla necessità di pensare e uscire da vecchi schemi, come l’emergenza Covid prima, e la guerra in Ucraina dopo, ci hanno indotto a fare.

Stiamo acquisendo la consapevolezza, pur nella lentezza che la politica, il cambiamento di abitudini, le normative richiedono, di dover ridefinire radicalmente molte cose che credevamo acquisite: dai criteri di approvvigionamento energetico e alimentare, alla necessità di dover investire maggiormente in ambiti di protezione sociale per la sicurezza di tutti, come nella sanità, nella lotta alle diseguaglianze, affrontando ripensamenti profondi resi non più rinviabili dai segnali inequivocabili che i cambiamenti climatici ci inviano.

Insomma, una messa in discussione globale delle nostre certezze economiche e sociali. Ed è anche sul lavoro che ognuno di noi può incominciare a fare su se stesso che queste disruption possono creare crescita personale e una visione nuova del mondo che si sta delineando.

Il bivio è chiaro: puntare a un difficile, quanto impossibile, mantenimento dello status quo per conservare modelli e abitudini sempre più difficili da garantire, oppure accettare l’evoluzione del mondo e creare percorsi di contaminazione culturale, economica, tecnologica per costruire una nuova prospettiva di sviluppo e soprattutto garantirci una sopravvivenza.

Non è però la paura che dovrebbe guidare le nostre scelte, sia individuali sia di politiche nazionali e internazionali, ma la capacità di costruire quelle nuove opportunità che proprio lo scatenarsi delle disruption stanno determinando.

Dal punto di vista personale credo sia imprescindibile, per respingere i tentativi di allinearci a un pensiero unico e omologante, sviluppare una forma mentis aperta alla ricerca curiosa di nuove fonti di informazione, formazione, opinione, per navigare nella nuova complessità geopolitica e sociale.

Tutto può servire: musei, letture, cinema, musica, aggirandosi tra forme di espressione che si generano da una prospettiva diversa da quella mainstream.

Ci sono artisti, intellettuali, approcci tecnologici che stanno da tempo lavorando in questa direzione. Oggi, il nuovo mondo che va formandosi, può accelerare il ricorso a questa visione.

Un esempio di questo ragionamento è il sito Rest of World (www.restofworld.org) un’organizzazione internazionale di giornalismo no-profit che racconta storie sulla fusione positiva tra tecnologie, esperienze umane e cultura da una prospettiva diversa da quella comune, focalizzando cioè quella che di solito, come dice il nome stesso dell’iniziativa, proviene “da tutto il resto del mondo”, ciò che in pratica non è mondo occidentale evoluto ma che comprende tuttavia miliardi di persone, iniziative, problemi e soluzioni.

La stessa tecnologia, sia chi la sviluppa sia chi la utilizza, può avere impulso e una diversa strutturazione e sviluppo, soltanto se si considera, nella sua generazione, nel suo sviluppo hardware e software, la prospettiva globale.

Nessuno di voi immagino si stupisca ormai più se parliamo di fintech startup in Africa, di bitcoin e criptovalute in zone disagiate dell’Asia e dell’America latina, di startup per lo sviluppo di software da integrare in veicoli elettrici e a guida autonoma in Bolivia, di e-commerce in India, Bangladesh, Marocco, Venezuela e Cile, di nuovi sviluppi in ambito social media e interfacce in Guatemala, Libano e Mali.

Oppure di come si sta nell’arcipelago delle isole Tonga cercando disperatamente, con connessioni di riserva, di riconnettersi al mondo globale via Internet dopo che il vulcano ha tranciato il backbone dell’infrastruttura principale.

Insomma, un universo di competenze fatto in prevalenza di giovani, di idee e di voglia di sviluppo tecnologico alle prese con la complessità politica e sociale dei Paesi, ma anche con una forte volontà di crescita necessariamente globale, internazionale.

Date un’occhiata: il Row 100 – Global Tech’s Changemakers mette insieme innovatori, investitori e attivisti, tutta gente lontana dalla Silicon Valley e dalla comfort zone dello sviluppo occidentale, ma non in una logica di contrapposizione, bensì di cooperazione per uno sviluppo sia del proprio paese sia della comunità umana mondiale.

Start up e giovani aziende che dalle loro idee creano piattaforme, prodotti e servizi utili a una nuova fase di sviluppo sociale attraverso le tecnologie digitali.

Accettare questa diversità per raccogliere idee, tecnologie e competenze è quello che in questi anni ci serve per sviluppare una nuova prospettiva.

Oltre alle numerose sfide di business e di nuova interpretazione della domanda, le aziende stanno indirizzandosi a una spinta “servitization”, cioè ad affiancare ai propri prodotti sempre maggiori livelli e capacità di servizio come fonte diretta o indotta, di nuovo business.

Devono muoversi, per ragioni di costo e di accettazione di mercato verso modelli di sostenibilità, devono essere in grado di rispettare nuove leggi e compliance nello svolgimento delle loro attività.

Un recente studio Cap Gemini indica, per esempio, che in media la quota di fatturato proveniente da “service based business” aumenterà nei prossimi anni dal 41% fino al 53% così come, in stretta relazione, crescerà anche la percentuale di sistemi intelligenti e connessi, dall’attuale 29% al 35%. Serve, quindi, guardarsi attorno, a nuove tecnologie, nuovi modelli, aprendosi alla discontinuità organizzativa e culturale.

Che, in pratica, significa accettare una diversità di metodo, l’esplorazione attraverso nuove competenze e nuove generazioni, salvaguardando certo i modelli e le tecnologie che reggono il core business, ma evitando, come management e come persone che lavorano quotidianamente con le tecnologie, di esserne prigionieri.

Mai come in questo periodo serve avere pensiero autonomo e innovativo, capacità di scelta, applicazione metodica di prospettive nuove. Nelle scelte tecnologiche come nella vita di tutti i giorni.

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Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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