Data Analytics e il rischio di un nuovo colonialismo

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Alcuni se ne accorgono ma più di tanto non possono né vogliono fare. La maggior parte di noi invece non sa cosa stia succedendo e quindi non se ne preoccupa. D’altro canto, con i tanti problemi che abbiamo, guerre, pandemie, cambiamenti climatici, far quadrare i conti, chi volete che si ponga più di tanto la questione del rischio di un nuovo colonialismo legato all’analisi dei dati? Non stiamo parlando di quei soggetti, imprese su tutti, che dagli insights sui dati cercano di mettere a punto sempre più sofisticate operazioni di marketing e di vendita, provando a incrementare il proprio fatturato e a sviluppare il mercato; stiamo piuttosto parlando di un livello superiore, quello cioè che prevede una strategia di continuità espansiva del modello di crescita economica e di potere da sempre nelle mani di pochi. Quel livello che lavora costantemente, agendo su diverse leve, per garantirsi favorevoli equilibri geopolitici. Proviamo a spiegare.

Qual era l’obiettivo ultimo del colonialismo iniziato con Colombo nel 1492 in poi fino ai nostri anni più recenti? Appropriarsi, attraverso la pratica dell’espropriazione, di risorse di valore, terre e lavoro di persone, per perseguire l’arricchimento economico e il potere politico di élite, penalizzando le comunità più fragili. Con i dati, oggi, il rischio è che possa avvenire, con strumenti diversi, la stessa cosa. Solo che, inondati di servizi a valore, di comodità e di utilità, questo “nuovo colonialismo via App” non lo percepiamo direttamente sulla nostra persona, lo accettiamo, lo ignoriamo. Peggio ancora, non crediamo possa nuocerci o riguardarci direttamente (in fondo cos’è il mio nome all’interno di miliardi di miliardi di dati?).

Data Analytics: il dato e la mancanza di senso critico

A mio avviso non solo sociologi, filosofi, politici, ma anche ognuno di noi dovrebbe avere maggiore senso critico rispetto a questo tema, partendo dal presupposto che il possesso dell’informazione, ricavato dalla disponibilità del dato, può non avere solo una finalità di business, ma se parliamo soprattutto delle BigTech o di grandi organizzazioni e corporation mondiali, oppure di enti governativi sparsi nelle diverse parti del mondo, può generare un forte potere di condizionamento sociale per élite che hanno l’esigenza di garantirsi rinnovati centri di controllo sociale, economico e politico.

Il tipo di attenzione sull’utilizzo dei nostri dati da parte di terzi dovrebbe andare oltre la nostra comodità (è bello avere un sacco di App che, previa registrazione, ti aiutano a muoverti meglio nella complessità quotidiana); dovrebbe anche considerare gli effetti a lungo termine di questa cessione gratuita di informazioni sul piano della trasformazione sociale in atto, per estendersi a temi e valori che riguardano la giustizia, la dignità delle persone, la garanzia dei diritti, l’accettazione delle diversità e la non discriminazione. Perché è questo, in modo più o meno esplicito e voluto, che i diversi algoritmi sviluppati attraverso anche l’applicazione sempre più diffusa di tecniche di Intelligenza Artificiale sono portati a fare: ribadire modelli di consumo, di sviluppo e di controllo in continuità con un approccio economico espansivo che noi non percepiamo ma che ha radici profonde.

Chi, come e perché

È di recente uscito in libreria “Data Strategy”, un libro di Bernard Marr edito da FrancoAngeli, il cui focus primario è orientato a dare alle imprese indicazioni operative su come trarre vantaggio da un mondo fatto di big data, analytics e intelligenza artificiale. Un taglio, quindi, molto business oriented. Tuttavia, nelle pagine iniziali, per inquadrare il fenomeno di una società, la nostra, ormai fortemente “datacentrica”, alcuni esempi sono illuminanti di come il dato, nel suo utilizzo più articolato, possa non solo produrre valore economico, ma diretto condizionamento sociale in termini di abitudini, orientamenti, forme di pensiero collettivo, supporto per azioni di espansione e di controllo. Gli esempi sono numerosi, dai più innocui a quelli più inquietanti, conosciuti eppure sempre in grado di farci intravvedere uno scenario futuro molto “orwelliano”: “Facebook – scrive Marr – sa di chi siete amici e con chi avete una relazione, può prevedere quanto e se la vostra relazione durerà o, se siete single, quando probabilmente ne avrete una e con chi. Può anche dirvi quanto siete intelligenti basandosi sull’analisi dei like”. E di conseguenza, sulla base di questi profili, trattare e distribuire i vostri dati. E se “Nel Regno Unito la polizia sa sempre dove state guidando attraverso lo scansionamento continuo e capillare delle targhe e dei guidatori dell’auto – continua Marr – anche il vostro cellulare sa a quale velocità state viaggiando. Per ora questa informazione non è condivisa, ad esempio con la Polizia, ma sempre più compagnie assicurative iniziano a usare i dati degli smartphone per ipotizzare chi sia un guidatore sicuro e chi invece più a rischio”.

Già dieci anni fa, il retailer statunitense Target (un nome una garanzia!) dimostrò, probabilmente ignorando ogni livello di privacy, di sapere che una teenager fosse incinta analizzando le sue abitudini di acquisto, per poi inviarle offerte di prodotti per l’infanzia, tutto ciò ben prima che la sua famiglia avesse ricevuto la notizia. Intanto Amazon con la sua formidabile capacità di analisi di dati e di abitudini di consumo sta lavorando per prevedere in anticipo ciò che noi compreremo, e con un margine di errore talmente basso da ipotizzare di inviarci persino un ordine di acquisto da confermare, prima che si abbia deciso se comprare o meno quel bene.

Dinamiche di potere

E poi ci sono i noti fatti politici-elettorali, dove sulla base delle nostre informazioni demografiche e incrociando vari tipi di dati personali di consumo, di abitudini sociali, di gusto, di patrimonio, ecc. si sono realizzate campagne di sensibilizzazione e/o condizionamento elettorale. E tantissimo altro ancora avviene in ogni segmento merceologico e del nostro vivere quotidiano. Non dimenticando che dietro l’evidente espansionismo commerciale in corso, realizzato grazie all’analisi dei dati, esistono dinamiche di potere che dovremmo considerare con attenzione. Diversamente, il prezzo da pagare, in termini di garanzie e di libertà, potrebbe essere molto, molto alto…

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Stefano Uberti Foppa
Stefano Uberti Foppa
Giornalista professionista, è stato direttore della rivista e del portale ZeroUno per 22 anni. Inizia a occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno, edito da Arnoldo Mondadori Editore, di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Fonda nel 2006 la casa editrice Next Editore, poi confluita, nel 2017, nel Gruppo Digital360. Si occupa dell’analisi dell’evoluzione digitale sia in rapporto allo sviluppo di impresa sia all’impatto sui modelli organizzativi e sulle competenze professionali ed è oggi opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia.

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