Le nuove generazioni e lo tsunami digitale

Con la digitalizzazione della società crescono inevitabilmente utilizzi fraudolenti delle tecnologie. Attraverso l’uso che le nuove generazioni fanno dei social, si sviluppano dinamiche relazionali individuali e di gruppo importanti ma talvolta “tossiche”, lesive della personalità altrui. Serve un lavoro su due fronti: educativo-culturale e di governance tecnologica per limitare il fenomeno

Nell’avanzamento rutilante della digitalizzazione della società negli ultimi anni, è un fatto che non ci si è soffermati abbastanza a valutare la potenza dei mezzi tecnologici, dei social media e del Web  in rapporto al cambiamento dei modelli di vita delle persone e alle fragilità che questi strumenti hanno determinato. La democratizzazione tecnologica, che ha consentito a chiunque di potersi esprimere, apparire, contestare, poter dichiarare a livello planetario le proprie idee e i propri modelli, senza alcun tipo di filtro se non la propria etica (almeno per quanto riguarda le società democratiche) è stata vista come una grande conquista del progresso. E indubbiamente lo è. Ma le degenerazioni che la potenza di questi strumenti consentono, possono essere, come purtroppo abbiamo ormai visto da anni in numerosi esempi anche letali, amplificatori di fragilità, solitudini, soprusi. L’uso improprio delle tecnologie non fa altro che esasperare dinamiche relazionali tossiche, creazioni di gruppi predominanti su individui indifesi; sviluppando modelli deviati a scapito di una ricerca di valori che la stessa società, per non parlare della famiglia, fatica a rendere visibili. Ecco allora i fenomeni di cyberbullismo, per cercare un’affermazione e una supremazia nel mondo virtuale che, puntualmente, sarà smentita dalle dinamiche del mondo reale. Le tecnologie possono offrire un supporto in termini di protezione o di limitazione di queste degenerazioni, ma è indubbio che la soluzione stia nei modelli culturali, negli studi di psicologia dell’età evolutiva e in una cura della società verso equilibri più “human like” che, è evidente, stiamo perdendo.

Ognuno di noi, in età adolescenziale ha combattuto, più o meno volontariamente, con la costruzione di una propria autostima (e la cosa, per molti, continua nel quotidiano anche in età adulta). Se guardiamo la questione da un punto di vista fisiologico, la corteccia prefrontale del cervello, quella deputata alla gestione degli impulsi e del processo decisionale, non è del tutto sviluppata fino alla prima età adulta. Quale tipo di impatto avviene allora oggi, sulla mente di un tredicenne che accede liberamente al Web e ai social dove trova “il mondo reale” in tutte le sue meraviglie e degenerazioni, mentre è in corso un suo processo di costruzione della personalità? Numerosi studi hanno ormai certificato l’influenza dei social media nell’esarcerbare i conflitti personali che derivano dall’insicurezza e dai cambiamenti ormonali tipici dei primi anni dell’adolescenza. Ecco allora che in questi anni, da un punto di vista tecnologico, diventa disponibile ciò che soltanto poco tempo fa non era pensabile: una serie di strumenti come tool intelligenti per l’analisi dei dati e per lo sviluppo semplificato di applicazioni malware, applicazioni di AI di facile utilizzo che consentono a chiunque di poter creare contenuti per generare situazioni di disagio, truffa, attacco, fake e quant’altro. Ad esempio, nell’ambito della pornografia, si è già assistito alla creazione di immagini fake in cui alcuni adolescenti hanno preso di mira soggetti fragili inserendo volti di ragazzine e/o ragazzini in scene porno professionali e poi li hanno postati sui social. Sia per bullismo, allo scopo di umiliare la vittima e farla sentire oggetto di attacco del branco, sia per finalità di estorsione; si tratta di un fenomeno che i dati indicano in aumento. I casi, ad esempio negli Stati Uniti, sono numerosi relativamente a gruppi di studenti che si sono coalizzati per attaccare docenti con una serie di azioni di discredito che in alcuni casi hanno anche portato ad azioni disciplinari nei confronti dei docenti prima che si scoprissero le truffe.

La scuola, ambito complesso da gestire

L’ambito scolastico è certo quello in cui molte di queste dinamiche deviate si manifestano. Anche perché sta continuando a crescere il processo di digitalizzazione della scuola, sia attraverso strumenti governati e guidati dal corpo docente, sia sotto la spinta dell’uso quotidiano dei social da parte dei ragazzi. Ad esempio TikTok è molto utilizzato in ambito scolastico per la produzione di contenuti educativi e se da un lato questo migliora il processo didattico, dall’altro espone alunni e corpo docente a potenziali attacchi e vulnerabilità. Cresce quindi il mercato dei cosiddetti Learning Management Systems (LMS), sistemi che consentono agli insegnanti di sviluppare e controllare il percorso educativo degli alunni. Tuttavia si dovrà essere in grado di mettere a punto adeguate contromisure in termini di cybersecurity da parte degli istituti scolastici in quanto, parallelamente alla crescita degli LMS, è in aumento anche l’area del phishing nei servizi educativi, anche attraverso sistemi di videoconferenza. In questo caso l’obiettivo è il furto dei dati personali, la richiesta di riscatto per evitare lo spam di contenuti nella community scolastica sia nei confronti dei professori sia degli alunni. Con il Covid-19 si è sperimentata l’efficacia di Zoom applicato alla didattica. Quest’applicazione di videoconferenza rappresenta, se non adeguatamente protetta, un’area eccellente per il cosiddetto Zoombombing, così diffuso da essere ormai entrato nell’enciclopedia Treccani come “L’atto di disturbare lo svolgimento di una videoconferenza su piattaforma digitale con interventi o contenuti non pertinenti, offensivi o violenti”. In pratica un disturbo della lezione inserendo nel video condiviso dai partecipanti una serie di messaggi sessisti, negazionisti o quant’altro, unitamente alla creazione e trasmissione di fake video che riguardano i partecipanti allo scopo di danneggiarli o renderli ridicoli alla comunità. Se quindi i social entrano ormai a pieno diritto negli strumenti didattici della scuola, è chiaro che la regolamentazione dei contenuti deve per forza avvalersi di piattaforme tecnologiche di security in grado di disegnare livelli di accesso, protezioni, priorità di utilizzo e divieti. è infatti molto pericolosa una navigazione libera, nella didattica, se si devono moderare i contenuti sulle chat di gruppo. è un compito che difficilmente il docente riesce a gestire senza il supporto di piattaforme tecnologiche. Si tratta di un punto di estrema sensibilità: quando la famiglia o la scuola decide di attivare un processo di governance della navigazione su Web e social, è fondamentale implementare piattaforme antivirus specializzate, spesso integrate con una serie di servizi di consulenza, legali e assicurativi, per tutelare le persone in situazioni di furto di identità, divulgazione fraudolenta di dati personali, cyberbullismo con insulti, diffamazione, odio e discriminazione, anche se è pura utopia pensare di muoversi in ambiti sicuri. Il lavoro primario, inevitabilmente, deve essere educativo e culturale e va svolto a monte, sia per quanto riguarda il processo educativo dei figli sia da parte di una componente fondamentale per la crescita dell’individuo come la scuola.

Forza e speranza giovanile

Ma sarebbe fuorviante tracciare un quadro di negatività totale per quanto riguarda le nuove generazioni e il loro rapporto con la tecnologia. Certo l’impatto è molto forte in quanto, come detto, viene data loro la possibilità di sperimentare l’esperienza umana in tutte le sue forme, dalle più interessanti e virtuose alle più pericolose e perverse, in tempi rapidi e con un facile accesso, senza quegli strumenti di discernimento e protezione tipici di età più adulte. In più esiste da tempo una sofferenza diffusa: il Child Mind Institute, (organizzazione americana no-profit con sede a New York specializzata nella cura del disagio mentale giovanile e dei disturbi dell’apprendimento) ha di recente dichiarato che il numero di giovani con problemi di salute mentale era già in aumento prima del Covid-19 e che ora, in accordo con una recente ricerca McKinsey (McKinsey Health Institute), la salute mentale percepita della Gen Z è peggiore rispetto a quella di qualsiasi altra generazione. Ed è una generazione più esposta delle precedenti agli effetti negativi dei social media con i quali, tra le altre cose, gli adolescenti sembra che tendano ad avere un approccio più passivo tipo, ad esempio, passare molto tempo a controllare su Instagram o altro cosa stanno facendo altre persone o i propri gruppi di riferimento.

Il climate change, secondo un sondaggio recente del Pew Research Center (un’organizzazione apartitica americana che svolge attività di informazione ai cittadini attraverso sondaggi, ricerche, analisi, studio dei dati relativi a scienze sociali, ecc) rappresenta un altro fronte di ansia per la Gen Z e i Millenial, con sentimenti di ansia per il futuro  e rabbia per l’insufficiente azione di contrasto portata avanti dai governi. Tuttavia, questo è proprio un esempio di come i social e il Web, tra le loro mille criticità, rappresentino anche gli strumenti primari per la creazione di una nuova coscienza sociale, di una sensibilità individuale e generazionale che rappresenta il nuovo modello di aggregazione e di riconoscibilità della propria personalità che anche in questi anni di virtualità spinta è possibile, faticosamente, costruirsi.

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