Credential stuffing: cos’è, come funziona e come difendersi

L’assalto silenzioso alle credenziali riutilizzate e come un riutilizzo “innocente” può aprire la porta a conseguenze disastrose

Il credential stuffing rappresenta oggi una delle tecniche di attacco più insidiose nell’ambito della cybersecurity. A renderlo particolarmente efficace non è tanto la sua complessità tecnica, quanto la debolezza umana che lo alimenta: la tendenza a riutilizzare le stesse credenziali di accesso su più servizi digitali. È una pratica comune che offre ai criminali un vantaggio decisivo, trasformando ogni violazione di dati in un potenziale punto di ingresso verso altre piattaforme.

A differenza di attacchi che richiedono exploit sofisticati o vulnerabilità sconosciute, il credential stuffing si basa sull’impiego sistematico di credenziali già compromesse. Le coppie di username e password trafugate in precedenti incidenti di sicurezza vengono testate in modo automatizzato su portali diversi, spesso con strumenti in grado di simulare il comportamento umano, mascherare l’origine del traffico e aggirare controlli semplici come i CAPTCHA.

Questo approccio su larga scala consente di ottenere un numero significativo di accessi validi anche quando la percentuale di successo è minima, perché la massa di tentativi moltiplica le possibilità di risultato positivo.

Il rischio principale è l’effetto domino. Una singola violazione, magari su un servizio percepito come marginale, può trasformarsi in una minaccia per conti e piattaforme di grande valore. L’accesso illecito a un account può infatti aprire la strada a furti di identità, transazioni fraudolente, diffusione di informazioni sensibili o uso dell’account stesso come vettore per ulteriori compromissioni. Anche le aziende risultano vulnerabili, poiché l’uso di credenziali valide può consentire l’ingresso a portali interni o applicazioni in cloud, con conseguenze che non si limitano al singolo utente ma coinvolgono intere infrastrutture.

Come funziona un attacco di credential stuffing

Un attacco di questo tipo prende avvio dall’acquisizione di grandi quantità di credenziali trafugate, spesso raccolte e scambiate nel dark web. Questi archivi diventano la base su cui costruire una campagna automatizzata di accesso, dove bot e script tentano in sequenza milioni di combinazioni. Quando una di queste risulta valida, l’attaccante ottiene un accesso immediato all’account senza dover superare barriere tecniche particolarmente complesse. In alcuni casi l’azione è immediata, con il furto o la monetizzazione dei dati disponibili; in altri si preferisce restare invisibili, mantenendo l’accesso latente per sfruttarlo in momenti più opportuni.

Ciò che rende il credential stuffing difficile da contrastare è la sua natura di “abuso di credenziali legittime”. Non si tratta infatti di un’intrusione violenta, ma di un accesso formalmente corretto, eseguito con dati di autenticazione validi. Questo rende le attività più difficili da distinguere rispetto a un login legittimo e riduce l’efficacia di barriere statiche come i controlli basati sul solo tentativo di inserimento della password.

Come difendersi: strategie multilivello e prospettive future

Affrontare il problema richiede una visione a più livelli.

Sul fronte dell’utente è cruciale abbandonare l’abitudine al riutilizzo delle credenziali. La combinazione di password lunghe, uniche e complesse con strumenti come i password manager rappresenta una prima linea di difesa. Ancora più importante è l’attivazione dell’autenticazione multifattoriale, che aggiunge un ulteriore elemento di verifica capace di ridurre drasticamente le probabilità di compromissione anche in caso di furto delle credenziali.

Dal lato delle organizzazioni, le difese più efficaci non possono limitarsi al controllo statico. È necessario adottare sistemi in grado di analizzare il contesto e i segnali di rischio legati a ogni accesso, valutando parametri come il dispositivo utilizzato, l’origine geografica e l’anomalia dei comportamenti rispetto al profilo abituale dell’utente. Meccanismi come la limitazione dei tentativi, la verifica della complessità delle password e l’uso di database che segnalano credenziali già compromesse contribuiscono a ridurre la superficie d’attacco.

Parallelamente, il monitoraggio delle minacce e l’analisi delle informazioni provenienti dal dark web consentono di anticipare potenziali rischi e di attivare procedure di sicurezza come il reset forzato delle credenziali. La formazione rimane infine un pilastro imprescindibile: la consapevolezza degli utenti rispetto ai pericoli del riutilizzo delle password e all’importanza di abilitare sistemi di protezione aggiuntivi è determinante per rafforzare la sicurezza complessiva.

In prospettiva, la soluzione più promettente è l’adozione di modelli di autenticazione che superino il concetto stesso di password. Tecnologie come le passkey basate su standard FIDO2 e WebAuthn rappresentano un’evoluzione capace di rendere inutili i database di credenziali sottratte, eliminando di fatto la materia prima su cui si fonda il credential stuffing.

La transizione non è immediata, perché richiede investimenti, interoperabilità e un cambiamento culturale, ma segna la direzione verso cui si sta muovendo il settore della cybersecurity per ridurre in modo strutturale la dipendenza dalle password e i rischi che ne derivano.

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