Adozione e gestione del cloud tra maturità e complessità crescenti

Hybrid e multicloud ridefiniscono il futuro dell’IT: come cambia il valore strategico delle architetture cloud nei diversi settori e quali modelli si impongono per favorire resilienza, agilità e innovazione

L’adozione del cloud nelle imprese non è più una questione di “se”, ma di “come”. Dopo una prima fase caratterizzata da spinte all’adozione generalizzata, spesso emergenziale e accelerata dalla pandemia, oggi il cloud assume contorni molto più strategici. Secondo le ultime stime di Gartner, nel 2025 la spesa globale per i servizi cloud pubblici supererà i 723 miliardi di dollari, con una crescita del 21% rispetto all’anno precedente. Ma più che i numeri, colpisce la trasformazione della narrazione: il cloud non è più solo un mezzo per ridurre i costi o aumentare la scalabilità, bensì una piattaforma abilitante per nuovi modelli di business, per l’automazione e l’intelligenza artificiale, per la resilienza e la compliance. In questo scenario, la capacità di adottare e gestire in modo efficace il cloud si configura come una vera e propria leva competitiva. Tuttavia, questa capacità richiede scelte architetturali sempre più raffinate, in cui le opzioni hybrid cloud e multicloud assumono un ruolo determinante.

Hybrid e multicloud: scenari convergenti

Se fino a qualche anno fa il cloud ibrido veniva visto come una tappa intermedia verso una completa migrazione sul cloud pubblico, oggi è chiaro che si tratta di una strategia di lungo termine. L’hybrid cloud consente infatti di gestire ambienti eterogenei (on-premise, private cloud e servizi pubblici) mantenendo il controllo sui dati sensibili e ottimizzando le prestazioni in funzione delle esigenze applicative. Al tempo stesso, il multicloud permette di evitare il lock-in verso un singolo provider, distribuendo carichi e servizi su piattaforme diverse per ragioni di ridondanza, performance, costo o localizzazione.

La scelta tra hybrid e multicloud o, sempre più spesso, la loro coesistenza, dipende da una molteplicità di fattori: vincoli normativi, requisiti di business continuity, esigenze di prossimità ai clienti, gestione dei dati e delle identità. Nell’indagine “State of the Cloud Report 2025” condotta da Flexera, emerge che l’86% delle aziende globali adotta una strategia multicloud mentre il 70% dei rispondenti ha dichiarato di abbracciare strategie di cloud ibrido utilizzando almeno un cloud pubblico e uno privato: un dato in calo rispetto all’anno precedente legato, probabilmente, a strategie più orientate al multicloud puro o ad ambienti cloud-native distribuiti.

Le differenze tra settori: modelli su misura per il business

La diffusione delle architetture cloud segue traiettorie diverse nei vari settori industriali. Nel manifatturiero, per esempio, il cloud è sempre più integrato con il mondo OT e industrial IoT, abilitando il digital twin, la manutenzione predittiva e il controllo qualità basato su AI. In ambito finanziario, la progressiva apertura al cloud è accompagnata da forti vincoli normativi e da una crescente attenzione alla sicurezza, che spinge verso modelli ibridi con componenti critiche on-premise. Il settore sanitario, invece, sta accelerando l’adozione del cloud in ottica di interoperabilità dei dati clinici e medicina personalizzata, ma deve affrontare sfide cruciali in tema di privacy e gestione dei consensi.

Anche la Pubblica amministrazione, storicamente lenta nella migrazione al cloud, sta vivendo un’accelerazione legata ai piani di digitalizzazione europei e nazionali, come il PNRR. Tuttavia, i limiti infrastrutturali e la frammentazione delle competenze rendono il cloud un’opportunità ancora solo parzialmente sfruttata.

Il ruolo del cloud pubblico in Italia

Il cloud pubblico continua a rappresentare una componente fondamentale nelle strategie IT delle imprese italiane, che lo utilizzano con modalità sempre più strutturate, sia nelle grandi aziende che nel tessuto delle PMI. Anche in Italia, i principali hyperscaler – AWS, Microsoft Azure e Google Cloud – si contendono le quote di mercato, sebbene con dinamiche leggermente differenti rispetto ai mercati internazionali. Azure è spesso percepito come più affine alle esigenze delle grandi organizzazioni e del settore pubblico, anche grazie all’integrazione con gli ecosistemi Microsoft già esistenti. AWS, invece, mantiene una forte presenza trasversale, particolarmente apprezzata da startup, aziende digital native e realtà industriali alla ricerca di flessibilità e scalabilità. Google Cloud, infine, viene scelto soprattutto per progetti legati all’analisi dei dati, al machine learning e agli ambienti di test e sviluppo.

Il mercato italiano riflette anche alcune specificità legate alla frammentazione infrastrutturale, alla sensibilità verso la localizzazione dei dati e alla necessità di compliance normativa. La scelta del provider, quindi, è spesso guidata non solo da considerazioni tecniche, ma anche da logiche di prossimità, supporto locale e disponibilità di competenze sul territorio. In questo contesto, cresce l’attenzione verso modelli operativi ibridi, dove il cloud pubblico viene integrato con ambienti on-premise o privati per soddisfare requisiti di sicurezza, sovranità e performance.

La spinta al cloud dell’AI generativa

L’ascesa dell’AI generativa (GenAI) sta contribuendo all’evoluzione dell’ecosistema cloud con l’emergere di nuove opzioni di servizi public cloud che crescono rapidamente e il modello GPU-as-a-Service (GPUaaS) che sta creando una competizione serrata tra gli hyperscaler e nuovi attori specializzati. I grandi provider cloud stanno investendo massicciamente per rafforzare la propria offerta di GPU, modernizzando le infrastrutture e potenziando gli strumenti per il training e il deployment di modelli di AI e LLM, con l’obiettivo di consolidare il proprio vantaggio competitivo. Accanto agli hyperscaler, si affermano fornitori focalizzati sul noleggio di GPU, piattaforme full-stack con asset infrastrutturali proprietari e operatori che offrono servizi di tuning e inferenza senza possedere direttamente hardware. In prospettiva, l’ecosistema GPUaaS contribuirà a ridefinire l’intero mercato cloud, portando a un livellamento delle differenze funzionali tra le offerte. In questo contesto, la capacità di innovare, personalizzare e creare valore aggiunto diventerà la chiave per emergere. Gli hyperscaler tenderanno a stabilire gli standard di settore grazie alla loro scala, mentre i nuovi operatori dovranno differenziarsi rapidamente per non essere fagocitati.

Spesa e sicurezza restano prioritarie

Tra le sfide più sentite dalle organizzazioni italiane nell’ambito del cloud, due si confermano in cima all’agenda: la gestione dei costi e la sicurezza. L’ottimizzazione della spesa rimane l’iniziativa strategica più rilevante, alimentata dalla crescente pressione legata al trasferimento di workload e applicazioni sul cloud. Le imprese italiane, spesso caratterizzate da una cultura IT conservativa, stanno maturando un approccio più attento e misurato, consapevoli che senza strumenti di controllo avanzati, i costi cloud possono crescere in modo imprevedibile.

L’adozione di pratiche FinOps ha portato benefici evidenti: la spesa inutilizzata su IaaS e PaaS sta gradualmente diminuendo, e si diffondono modelli di acquisto più efficienti, come il BYOL (Bring your own license) e l’utilizzo di scontistiche strutturate. Tuttavia, molti attori del mercato faticano ancora a prevedere e governare in modo puntuale le dinamiche di budget, specialmente nei contesti meno strutturati.

In parallelo, la sicurezza continua a rappresentare una preoccupazione prioritaria. Nonostante il miglioramento delle capacità di protezione offerte dai cloud provider, permangono aree critiche legate alla governance, alla gestione delle identità e alla scarsità di competenze specialistiche. In Italia, questi aspetti si amplificano per effetto della frammentazione infrastrutturale e della carenza di figure professionali qualificate. Le aziende più mature si stanno muovendo verso una gestione centralizzata della sicurezza in ambienti multicloud, ma resta forte la necessità di investire in cultura della sicurezza e automazione dei controlli.

Il cloud repatriation

Un altro elemento che sta emergendo in modo sempre più netto è il fenomeno del cosiddetto cloud repatriation: un numero crescente di aziende, dopo aver avviato progetti su larga scala nel cloud pubblico, sceglie di riportare parte dei carichi di lavoro on-premise. Le ragioni sono molteplici e spesso intrecciate: dal controllo dei costi che sfuggono di mano, alla necessità di maggiore performance su workload stabili, fino a considerazioni legate alla sovranità del dato o alla complessità di gestione degli ambienti ibridi.

Questo non significa un ritorno al passato, ma piuttosto l’avvio di una nuova fase di maturità: le imprese cominciano a distinguere con maggiore chiarezza quali workload traggono reale vantaggio dal cloud e quali invece richiedono un’infrastruttura dedicata. La chiave è nella flessibilità e nella capacità di orchestrare ambienti eterogenei in funzione del valore per il business.

Una leva strategica per la competitività

In ogni settore, la sfida non è solo tecnologica, ma anche e soprattutto strategica. Il cloud rappresenta un’infrastruttura abilitante per la trasformazione digitale, ma la sua efficacia dipende dalla capacità di governarlo in modo coerente con gli obiettivi di business. Ciò significa integrare il cloud nelle scelte di lungo periodo, nella gestione del rischio, nella valorizzazione del capitale umano e nella costruzione di ecosistemi digitali aperti e interconnessi.

La governance del cloud – che comprende aspetti come la visibilità sui costi, la gestione delle identità, la sicurezza, la compliance e la portabilità delle applicazioni – è oggi una competenza cruciale. Le imprese più evolute stanno costruendo modelli operativi cloud-native, in cui la standardizzazione e l’automazione si combinano con una forte attenzione alla user experience e alla misurazione dei risultati.

Cloud sovereignty un requisito strategico 

La sovranità del dato sta diventando una variabile sempre più influente nelle scelte di adozione cloud. Soprattutto in Europa, normative come il GDPR e le iniziative come il framework Gaia-X stanno spingendo verso soluzioni che garantiscano il controllo giuridico e operativo dei dati. Le aziende devono valutare attentamente dove risiedono i dati, chi può accedervi e in che modo vengono trattati, non solo per motivi di compliance, ma anche per ragioni competitive e geopolitiche.

Gestire i costi del cloud con il FinOps

Nel contesto di una crescente complessità nella gestione dei servizi cloud, il FinOps – acronimo di Financial Operations – si sta affermando come un modello operativo indispensabile. Basato su un approccio collaborativo tra IT, finance e business, il FinOps consente di gestire in modo più efficiente i costi del cloud, offrendo trasparenza, controllo e allineamento con gli obiettivi aziendali.

Il paradigma “pay-as-you-go”, che ha reso flessibile l’adozione del cloud, comporta rischi di spesa incontrollata se non accompagnato da strumenti adeguati di monitoraggio. Il FinOps non è soltanto un framework tecnico, ma rappresenta un potente catalizzatore della trasformazione culturale nelle imprese. Consente a sviluppatori, operation, ingegneri di piattaforma, responsabili di linea e finance di condividere metriche e strumenti comuni, introducendo processi di governance e responsabilità trasversali che rendono i costi visibili, comprensibili e ottimizzabili in tempo reale, fin dalle fasi iniziali dello sviluppo applicativo.

Oggi il FinOps non riguarda più soltanto il cloud pubblico: si estende anche al SaaS, alle licenze software e alle infrastrutture on-premise. Le più recenti evoluzioni prevedono l’integrazione con strumenti di automazione, tecniche di intelligenza artificiale e machine learning, fino all’uso di interfacce conversazionali per l’analisi e la previsione dei costi. Questa evoluzione porta la gestione finanziaria del cloud al cuore della strategia aziendale, rendendola un abilitatore chiave per l’efficienza, la sostenibilità e il governo dell’innovazione digitale.

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