Le reti locali e quelle mobili non sono mai state così vicine. Non è marketing: è una trasformazione tecnica precisa, in corso adesso, che ridisegna le opportunità per distributori, system integrator e rivenditori di soluzioni di connettività. Il punto di svolta ha un nome – ATSSS, Access traffic steering, switching and splitting – e ha un punto d’origine: il rilascio della 3GPP Release 16, adottata dal 2020 e affinata nelle Release 17 e 18.
In Italia il contesto è favorevole. La fibra ottica fino a casa (FTTH) ha raggiunto il 70,7% delle famiglie a fine 2024, con 6,5 milioni di linee attive (+1,26 milioni annui, fonte: AGCOM 2025). Questa infrastruttura non serve solo l’accesso fisso: è il backhaul che rende reale la promessa del 5G. Senza fibra sotto, il 5G ad alta capacità e bassa latenza non esiste.
Perché la convergenza è un’opportunità commerciale
Per anni Wi-Fi e rete mobile hanno convissuto separatamente. Il Wi-Fi scaricava traffico quando disponibile, ma il core della rete mobile lo gestiva come elemento esterno. Con la Core Network 5G (5GC) cambia l’architettura: diventa access-agnostic, capace di gestire connessioni da accessi non-3GPP – come il Wi-Fi – con le stesse garanzie di sicurezza, autenticazione e qualità del servizio (QoS) riservate alle celle 5G New Radio.
In pratica: un’azienda manifatturiera può avere robot industriali connessi al 5G privato per il controllo in tempo reale, sensori IoT sul Wi-Fi 7 per la manutenzione predittiva, e un sistema centrale che gestisce tutto come se fosse un’unica rete. Nessuna distinzione visibile per l’applicazione, nessun degrado nei passaggi tra ambienti. Il consumo dati mobile ha raggiunto circa 0,98 GB per sim al giorno nel 2024, con una crescita annua del 14,5% (Scarica il Report AGCOM 2025). Reti progettate cinque anni fa non reggono questo ritmo.
Come funziona l’ATSSS
L’ATSSS non è un prodotto. È un insieme di funzioni di rete che prendono decisioni dinamiche su come instradare i dati tra 5G e Wi-Fi basandosi su politiche predefinite e condizioni misurate in tempo reale.
Lo steering seleziona la rete più adatta all’avvio della sessione: Wi-Fi per trasferimenti dati voluminosi, 5G per applicazioni a bassa latenza. Lo switching garantisce il passaggio immediato e senza interruzione da un accesso all’altro in caso di degrado del segnale. Lo splitting usa entrambi gli accessi contemporaneamente per aggregare la larghezza di banda disponibile.
Il protocollo sottostante è il Multipath TCP (MPTCP), che suddivide un singolo flusso di dati su più percorsi IP. Poiché la maggior parte dei server Internet non supporta MPTCP nativamente, la 5GC integra un proxy all’interno della User plane function (UPF), garantendo compatibilità trasparente. Per i protocolli non basati su TCP – come UDP – è prevista una funzionalità di livello più basso, ATSSS-LL, con analoghi benefici di resilienza.
Per chi vende infrastruttura, questo significa che le soluzioni da proporre non sono più solo access point Wi-Fi o moduli 5G, ma sistemi in grado di orchestrare entrambi con policy intelligenti. La value proposition si sposta dall’hardware alla gestione del traffico.
Wi-Fi 7 e 5G-Advanced: cosa proporre e a chi
Il Wi-Fi 7 (standard 802.11be) porta una novità strutturale: la Multi-link operation (MLO), che consente ai dispositivi di trasmettere e ricevere su più bande di frequenza contemporaneamente – 2.4 GHz, 5 GHz e 6 GHz insieme – riducendo la latenza a valori inferiori ai cinque millisecondi. Per ambienti ad alta densità come reparti produttivi, fiere o stadi, è un cambiamento sostanziale.
Il 5G-Advanced (Release 18) porta invece l’intelligenza artificiale dentro la Radio access network. Modelli AI/ML integrati nella RAN ottimizzano lo spettro in modo dinamico e gestiscono l’energia in base al carico effettivo. Non è un optional: è il meccanismo con cui le reti di nuova generazione si autoregolano senza intervento umano continuo.
Per il canale, la combinazione apre proposte concrete in tre direzioni. Il retrofit di campus aziendali: sostituire infrastrutture Wi-Fi 5 o 6 con access point Wi-Fi 7 orchestrabili con il 5G privato. Le soluzioni per ambienti mission-critical – ospedali, impianti produttivi, porti – dove la latenza deterministica del 5G è irrinunciabile. La gestione di grandi eventi, dove MLO e 5G insieme risolvono la congestione che ancora affligge venue di grandi dimensioni.
Chi compra nel mercato italiano
I dati Istat indicano che il 75% delle imprese manifatturiere italiane usa già sensori per la sicurezza e il 30% per il monitoraggio manutentivo dei macchinari. Sono installazioni su reti spesso legacy, dimensionate per carichi di anni fa. La convergenza 5G-Wi-Fi non è per queste aziende un aggiornamento astratto: risponde a un problema operativo reale, quello della connettività in ambienti dove il cavo non arriva e il Wi-Fi da solo non garantisce l’affidabilità necessaria.
La sanità è un segmento in espansione. Inwit ha sottoscritto accordi per dotare oltre 100 ospedali italiani di sistemi DAS 5G ready. Chi si posiziona su questo segmento incontra una domanda strutturata, con budget dedicato e requisiti tecnici precisi.
Nel settore portuale e logistico, il Porto di Livorno è diventato un caso di riferimento europeo: integrazione di 5G, AI e IoT ha migliorato l’efficienza operativa del 25%, con risparmi stimati in 2,5 milioni di euro annui (fonte: Ericsson). ROI misurato, documentato, replicabile. Molti altri hub logistici italiani stanno guardando a Livorno per capire da dove partire.
Tre modelli architetturali da conoscere
Il canale deve saper muoversi tra architetture diverse. Non c’è una risposta unica.
Le reti mobili private (MPN) stand-alone installano l’intera infrastruttura – RAN, Core, MEC – fisicamente presso il cliente. I dati non escono dal perimetro aziendale, la banda è riservata ai processi critici, il controllo è totale. Il costo di ingresso è elevato, ma in impianti produttivi ad alta criticità o strutture sanitarie con requisiti stringenti la proposta regge all’analisi del ROI.
Il network slicing lavora diversamente: è l’operatore mobile che ritaglia una porzione virtuale della propria rete pubblica, con prestazioni contrattualizzate nell’SLA. Non serve infrastruttura in sede, la barriera di accesso è molto più bassa. È la strada giusta per PMI distribuite su più siti che cercano garanzie di connettività senza il costo di un’infrastruttura proprietaria.
Il modello neutral host, dove più operatori condividono la stessa infrastruttura di antenna e backhauling promossa da tower company come Inwit e Cellnex, funziona soprattutto per la copertura indoor in edifici complessi – stadi, centri commerciali, stazioni – dove stendere infrastrutture separate sarebbe antieconomico e impraticabile dal punto di vista autorizzativo.
Il quadro regolatorio e il PNRR
Lo Stato italiano ha stanziato 2,02 miliardi di euro attraverso il PNRR per il Piano Italia 5G: collegare in fibra oltre 10.000 siti radiomobili e realizzare nuove stazioni in più di 2.000 aree a fallimento di mercato, con completamento previsto entro il 2026. Per il canale, questo significa che nelle aree rurali esiste una domanda latente che, una volta coperta l’infrastruttura di base, diventerà domanda reale.
Sul fronte regolatorio, il 31 dicembre 2029 scadono i diritti d’uso delle principali frequenze mobili in Italia – 800 MHz, 900 MHz, 1.800 MHz, 2.100 MHz e 2.600 MHz – e l’AGCOM ha aperto una consultazione pubblica per definire le modalità di riassegnazione (AGCOM delibera 247/24/CONS). Una gestione ben strutturata potrebbe liberare bande aggiuntive per il 5G-Advanced. Un’altra variabile che si sta normalizzando è il limite di emissione elettromagnetica: l’Italia manteneva una soglia di sei volt per metro contro i 61 V/m della raccomandazione europea. Recenti modifiche legislative hanno alzato questi limiti, pur mantenendo iter autorizzativi locali complessi.
Il consolidamento del mercato Telco – con l’acquisizione di Vodafone Italia da parte di Fastweb (Swisscom) e gli accordi di RAN sharing tra operatori – segnala un settore che cerca efficienza. Per il canale, operatori che riducono i costi operativi cercano partner capaci di proporre soluzioni verticali dove i margini sono più sostenibili della connettività commodity. La rete è diventata il presupposto, non la proposta. La proposta è quello che ci si costruisce sopra.
Vale la pena tenere d’occhio anche l’approccio Open RAN: standardizzando le interfacce tra i componenti di rete – Radio Unit, Distributed Unit e Central Unit – permette di combinare hardware e software di vendor differenti, rompendo la dipendenza dai fornitori tradizionali. TIM e Vodafone hanno firmato il memorandum europeo sull’Open RAN, vedendo in questo approccio una leva per ridurre i costi operativi attraverso l’automazione. Per il canale, si aprono spazi per integratori prima esclusi da ecosistemi chiusi.
2029: la scadenza che ridisegna il mercato
Il 31 dicembre 2029 scadono in Italia i diritti d’uso delle frequenze che oggi reggono la quasi totalità del traffico mobile: le bande a 800 MHz, 900 MHz, 1.800 MHz, 2.100 MHz e 2.600 MHz (AGCOM delibera 247/24/CONS). Non è una questione tecnica astratta. Quelle frequenze sono la spina dorsale delle reti 4G e del 5G non-standalone attuale. Senza una riassegnazione regolare, gli operatori si troverebbero a gestire reti senza diritti d’uso sullo spettro che le alimenta. L’AGCOM ha aperto una consultazione pubblica per definire le modalità: proroga, asta competitiva, o modello misto. Un’asta con prezzi elevati assorbe capitali che gli operatori non destinerebbero più all’infrastruttura; una proroga favorevole libera risorse per il 5G-Advanced ma riduce le entrate statali. Il punto d’equilibrio è ancora da trovare.
Per il mercato a valle, l’incertezza sulle frequenze si traduce in cautela sugli investimenti. Un operatore che non sa a che condizioni userà lo spettro dopo il 2029 posticipa i rinnovi di contratto e comprime i budget per le soluzioni verticali Chi vende su cicli che si estendono oltre il 2027 deve tenere conto di questa variabile fin dalla fase di qualifica del cliente.
C’è però un rovescio: la riassegnazione obbligherà gli operatori ad aggiornare le infrastrutture radio per essere conformi alle nuove licenze – apparati di antenna, backhaul, piattaforme di gestione dello spettro. È un ciclo di sostituzione forzata che tra il 2027 e il 2031 genererà domanda strutturata su apparati e servizi di integrazione – una finestra prevedibile su cui pianificare oggi.
Open RAN: quando la rete diventa software
Per decenni le reti mobili hanno funzionato come sistemi chiusi. Un operatore sceglieva un fornitore – Ericsson, Nokia, Huawei, Samsung – e tutta la catena di componenti, dai chip alle interfacce software, era proprietaria e incompatibile con il resto del mercato. Cambiare vendor significava sostituire tutto, con costi e tempi che rendevano la negoziazione quasi impossibile.
L’Open RAN rompe questa logica disaggregando la Radio access network in tre componenti distinti con interfacce aperte e standardizzate:
la Radio Unit (RU), che trasmette e riceve il segnale radio;
la Distributed Unit (DU), che gestisce le funzioni di rete a bassa latenza vicino all’antenna;
la Central Unit (CU), che gestisce le funzioni meno critiche in termini di latenza e può essere ospitata in cloud o in un data center remoto.
Con interfacce aperte tra questi livelli – definite dall’O-RAN Alliance – un operatore può comprare le RU da un vendor, le DU da un altro e orchestrare il tutto con software di terze parti.
In Italia TIM e Vodafone hanno sottoscritto il memorandum europeo sull’Open RAN. Nel 2025 le sperimentazioni si sono concentrate sulle piattaforme CaaS (Containers as a Service): le funzioni di rete girano come container su hardware commodity, con aggiornamenti software senza sostituire apparati fisici e scalabilità dinamica del carico.
Per il canale, l’Open RAN apre spazio ai system integrator capaci di progettare stack multi-vendor – competenza che oggi pochi possiedono – e ai vendor di software e orchestrazione, categorie quasi inesistenti nel modello tradizionale che nell’ecosistema Open RAN diventano attori centrali. Il rischio è la complessità di integrazione: testing e validazione multi-vendor erano prima a carico del fornitore unico. Chi li gestisce con metodo ci guadagna in margine; chi li sottovaluta in offerta paga in deployment.

