Flessibilità e AI trasformano il lavoro in Europa

Secondo il recente European Employer Survey Report pubblicato da Littler, l’Italia si posiziona al primo posto in Europa per l’AI, mentre fatica ancora a concedere flessibilità ai dipendenti rispetto ai modelli di lavoro ibridi in atto nel resto dell’Europa

Dopo gli sconvolgimenti e l’incertezza attraversati negli ultimi anni, sembra che i luoghi di lavoro europei si stiano assestando su un nuovo modo di lavorare e che i modelli flessibili e ibridi siano destinati a perdurare.

Secondo il recente European Employer Survey Report pubblicato da Littler, la ripartizione tra lavoro in presenza e lavoro a distanza nell’indagine di quest’anno rimane sorprendentemente simile a quella dell’indagine del 2022.

In entrambi i sondaggi, il 30% dei datori di lavoro ha dichiarato di ricorrere al lavoro completamente in presenza, mentre la maggior parte degli intervistati (il 58% nel 2023 e il 57% nel 2022) offre modelli ibridi che richiedono solo una parziale presenza in ufficio, garantendo così ai dipendenti una determinata flessibilità. In questo l’Europa sembra attribuire un valore maggiore alla presenza in ufficio rispetto a quanto accade in USA, dato che l’indagine 2023 U.S. Employer Survey ha rilevato che solo il 16% dei datori di lavoro richiede al personale di lavorare completamente in presenza, mentre il 71% adotta un modello ibrido.

Anche i datori di lavoro italiani sembrano aver ridotto gli orari di lavoro in presenza per allinearsi meglio alle preferenze ed alle esigenze di flessibilità e work life balance dei dipendenti. Solo un terzo dei datori di lavoro italiani intervistati (33%) richiede ai dipendenti di essere completamente in ufficio nel 2023, rispetto a più della metà (52%) dello scorso anno, mentre il 44% offre ora un modello ibrido, con comunque la maggioranza dei giorni in presenza e la minoranza da remoto. A testimonianza di questa transizione verso il lavoro remoto, il 39% dei datori di lavoro italiani afferma di avere raggiunto un allineamento con i desiderata dei dipendenti, con un aumento di 10 punti rispetto allo scorso anno. È la Germania invece a spiccare nell’analisi, con solo il 22% delle aziende che impone il ritorno in ufficio.

L’applicazione dei requisiti per il lavoro in presenza, tuttavia, si è rivelata impegnativa per alcune organizzazioni europee e la resistenza al lavoro in ufficio riflette probabilmente il perdurare di un disallineamento in atto tra datoridi lavoro e dipendenti:

  • solo per il 52% degli intervistati, i propri dipendenti rispettano le policy relative al lavoro in presenza;
  • solo per il 36% dei datori di lavoro intervistati, i propri modelli di lavoro corrispondono alle preferenze dei dipendenti, mentre il 43% riferisce che i propri dipendenti preferiscono il lavoro a distanza o ibrido in misura maggiore rispetto a quanto offerto dalla propria organizzazione.

Alcuni datori di lavoro si spingono ancora più in là con gli accordi flessibili. Quasi la metà degli intervistati (48%) dichiara di consentire ai dipendenti di lavorare da remoto addirittura dall’estero (i cosiddetti “lavoratori erranti” o wandering workers), mentre il 38% dichiara di prendere in considerazione una settimana lavorativa di quattro giorni. Scelte che in ogni caso comportano notevoli sfide legali, operative e pratiche.

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Carlo Majer e Edgardo Ratti, co-Managing Partner di Littler in Italia

“L’eredità della pandemia ha ancora una larga eco nel mondo del lavoro – commentano Carlo Majer e Edgardo Ratti, co-Managing Partner di Littler in Italia -. Il cambio di passo impresso dal lavoro ibrido è ancora la grande sfida sul tavolo. Un tavolo che tra l’altro sta pesantemente soffrendo, in Italia come nel resto d’Europa, per la crisi tra domanda e offerta e per le crescenti difficoltà nella retention dei talenti. Ecco perché ci troviamo sempre più spesso a gestire contratti sui generis, con lavoratori che scelgono di lavorare da altre sedi se non addirittura all’estero, con conseguenti possibili problematiche di ordine fiscale, previdenziale, assicurativo e normativo. L’Italia, che da sempre si connota come fanalino di coda su tante questioni, ha in realtà mostrato in questo contesto anche alcuni spunti di grande lungimiranza, come dimostra l’anticipo giocato in materia di AI”.

Uso dell’AI nelle risorse umane: posizioni divisive

Mentre i datori di lavoro europei analizzano i rischi e i benefici dell’applicazione di strumenti di intelligenza artificiale (IA) in ambito HR, emergono differenze di approccio tra chi si muove da first mover e chi rimane ostile.

La maggior parte degli intervistati (61%) dichiara di utilizzare strumenti di AI predittiva per almeno una funzione HR, come la formazione personalizzata dei dipendenti, il recruiting e l’assunzione. Quasi sei su dieci (59%) dichiarano di avere introdotto l’AI generativa per la creazione di contenuti come job description e materiali di onboarding. Ma sono molti quanti, ancora, non sembrano propensi ad adottare tali strumenti: il 39% infatti non utilizza l’AI predittiva nei propri dipartimenti HR ed il 41% non ha ancora utilizzato l’AI generativa.

Mentre i datori di lavoro attendono di conoscere i limiti e le regole in materia di AI provenienti dalla proposta di legge dell’Unione Europea, la maggior parte di coloro che la utilizza non sembra affatto scoraggiata dall’attuale quadro di incertezza normativa con quasi il 70% degli intervistati che dichiara di non aver modificato il proprio utilizzo dell’AI sulla base delle proposte normative.

È l’Italia sorprendentemente a dimostrare una maggiore apertura all’utilizzo di strumenti di IA, con il 76% degli intervistati che utilizza l’AI predittiva per alcune funzioni HR e il 78% quella generativa. Francia e Germania risultanoinvece in questo ambito i Paesi meno inclini all’utilizzo dell’AI, rispettivamente con il 56% e il 57%.

Le problematiche del luogo di lavoro al centro di tutto

Evidenziando un cambiamento culturale fondamentale, i datori di lavoro stanno lottando contro le pressioni dei dipendenti e di altri stakeholder per rispondere alle questioni divisive sia all’interno che all’esterno del luogo di lavoro: il 75% ha dichiarato di aver trovato almeno in parte impegnativo gestire le aspettative relative alle questioni sociali e culturali poste dai dipendenti, avendo peraltro avvertito notevoli pressioni in tal senso.

Le questioni legali relative al luogo di lavoro sono oggetto di maggiore attenzione anche a livello di top management, con il 64% degli intervistati (e il 70% degli italiani, picco della ricerca) che le vede come aree chiave di attenzionenonché di possibile alto rischio per l’organizzazione aziendale.

Il rapporto dell’indagine di Littler approfondisce inoltre altri temi HR che hanno un notevole impatto sulle aziende europee, tra cui la salute mentale, le direttive UE in materia di trasparenza delle retribuzioni, la protezione dei whistleblower e le iniziative ambientali, sociali e di governance (ESG).

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