La sovranità digitale è entrata stabilmente nell’agenda del top management, ma per la maggior parte delle organizzazioni raggiungerla in forma piena non è un obiettivo credibile. Lo sostiene il 59% dei 1.300 dirigenti aziendali e responsabili tecnologici intervistati dal Capgemini Research Institute per il report “Digital Sovereignty: From Policy Ambition to Executive Imperative”, presentato il 1° ottobre. L’indagine, condotta ad aprile 2026 in Stati Uniti, Regno Unito, Europa continentale (Italia inclusa) e Asia-Pacifico, descrive imprese che, di fronte a tensioni geopolitiche e alla concentrazione del mercato tecnologico, preferiscono proteggere le attività critiche e ridurre la dipendenza da un singolo fornitore piuttosto che inseguire un’autonomia completa.
Il dato più indicativo riguarda la definizione stessa del concetto: due organizzazioni su tre descrivono la sovranità digitale come una forma di “interdipendenza resiliente”, in cui il controllo mirato sulle tecnologie strategiche, affiancato da partnership affidabili, conta più della proprietà diretta. Più della metà degli intervistati ritiene inoltre di poter rafforzare la propria sovranità senza perdere competitività.
L’86% delle aziende è esposto all’estero
Secondo il report, nell’ultimo decennio migrazione al cloud, adozione dell’AI e trasformazione digitale hanno corso più velocemente dei modelli di governance e resilienza. Nel frattempo è cresciuta la dipendenza da un numero ristretto di grandi fornitori globali, mentre crisi geopolitiche e interruzioni delle supply chain ne hanno reso evidenti i rischi.
Il Digital Sovereignty Index di Capgemini, costruito sull’analisi di 866 organizzazioni in Stati Uniti, Europa e area APAC lungo cinque dimensioni, indica che l’86% presenta un’esposizione significativa verso supply chain estere o controllate da soggetti esterni. Pesano la concentrazione dei fornitori, la scarsa visibilità sulla filiera e i tempi lunghi necessari per sostituire un partner tecnologico.
La preparazione resta disomogenea: solo il 42% delle organizzazioni che hanno subito di recente interruzioni operative dispone di piani di emergenza. Negli Stati Uniti la quota sale a quasi due su tre, mentre in Europa e Asia-Pacifico si ferma a poco più di un terzo.
Un tema da consiglio di amministrazione
Il 93% delle organizzazioni ha già discusso di sovranità digitale nel proprio board e il 44% la considera uno dei temi principali in agenda. Quasi quattro aziende su cinque stanno implementando o sviluppando una strategia dedicata, e un ulteriore 20% prevede di adottarne una entro dodici mesi. Oltre tre quarti degli intervistati si dichiarano fortemente preoccupati per la continuità delle attività critiche in uno scenario geopolitico instabile.
La resilienza operativa è il primo motore delle iniziative, indicata da quattro intervistati su cinque. Sul fronte degli investimenti, l’AI è l’area considerata prioritaria da tre organizzazioni su quattro, con un’attenzione particolare nei settori che gestiscono infrastrutture critiche come aerospazio, difesa e trasporti. È lo stesso ambito su cui i vendor stanno spostando l’offerta, come mostrano i nuovi software AI-ready orientati alla sovranità digitale.
Per Monia Ferrari, amministratore delegato di Capgemini in Italia, in ecosistemi tecnologici così interconnessi l’indipendenza totale è raramente praticabile: la sovranità consiste piuttosto nel conoscere a fondo le proprie dipendenze per recuperare controllo e flessibilità nella gestione dei rischi. La sfida, secondo la manager, sarà costruire resilienza senza sacrificare competitività e capacità di innovare.
Europa e Stati Uniti, due approcci diversi
Le priorità cambiano con la geografia. In Asia-Pacifico (41%), Europa continentale (52%) e Regno Unito (56%) la sovranità digitale è associata soprattutto alla mitigazione dei rischi e alla resilienza. Negli Stati Uniti, invece, il 52% delle organizzazioni la legge principalmente come un tema di conformità normativa, contro un 40% che la collega alla resilienza.
Anche la visione dell’interdipendenza resiliente è più diffusa in Europa (75%) che negli Stati Uniti (50%), e le imprese europee e asiatiche si dicono più preoccupate di quelle statunitensi e britanniche per la tenuta delle attività critiche. Sul metodo, oltre due terzi delle organizzazioni a livello globale intendono combinare sviluppo interno e collaborazione con partner esterni, con le aziende americane più orientate a ecosistemi e partnership di settore.
Visibilità, lock-in e costi i nodi aperti
Il passaggio dalla strategia all’esecuzione resta complicato. Solo il 14% delle organizzazioni dichiara di avere una visibilità completa, end-to-end, sulle dipendenze del proprio ecosistema tecnologico, condizione necessaria per valutare l’esposizione ai rischi geopolitici o legati ai fornitori. Il 36% stima che sostituire un fornitore strategico richiederebbe più di dodici mesi e una su dieci afferma di non avere alternative praticabili: è il problema della reversibilità operativa, cioè la capacità concreta di uscire da un servizio senza bloccare il business.
C’è poi la questione economica. Meno della metà delle organizzazioni è disposta a sostenere un “premio per la sovranità”, stimato in media nel 23% di costi aggiuntivi. Un limite che spiega perché molte imprese preferiscano interventi selettivi, come il rimpatrio mirato di dati e workload, a una revisione completa dell’infrastruttura.
Dalla dichiarazione d’intenti alla governance
Il quadro che emerge dal report è quello di una sovranità digitale pragmatica, intesa come gestione consapevole delle dipendenze più che come autarchia tecnologica. Per le organizzazioni, il primo passo resta la mappatura dei fornitori critici e la definizione di piani di uscita credibili, anche attraverso accordi tra operatori europei sulla sicurezza e il controllo dei dati. Resta da capire quanto le imprese saranno disposte a investire per colmare il divario tra le ambizioni dichiarate nei consigli di amministrazione e la capacità reale di governare la propria filiera tecnologica.

