Dalla cybersecurity alla cyber resilience: il cambio di prospettiva che parte dall’alto

Un'indagine ManageEngine condotta su cinque mercati europei mostra come la capacità di reagire e ripristinare il business stia diventando la misura reale della maturità digitale, ben oltre la difesa perimetrale

La domanda che le organizzazioni italiane si pongono in materia di sicurezza è cambiata nella sostanza. Non riguarda più il “se” un attacco arriverà, ma il “quando” accadrà e in quali condizioni troverà l’azienda. È questa la premessa da cui parte l’indagine che ManageEngine ha condotto su cinque mercati europei, Italia, Spagna, Germania, Paesi Bassi e Regno Unito, raccogliendo più di 300 risposte per Paese, per un totale di 1.514 decision maker di primo livello tra CIO, CISO, IT director e security director. Il Regno Unito è stato incluso per misurare la divergenza in atto dopo la Brexit, con un percorso normativo che punta a discostarsi dal quadro europeo su privacy, intelligenza artificiale e protezione dei dati.

Andrés Mendoza, technical director, Southern Europe di ManageEngine
Andrés Mendoza, technical director, Southern Europe di ManageEngine

“Esistono solo due tipi di aziende: quelle che hanno già subito un attacco e lo sanno, e quelle che lo hanno subito ma non lo sanno – sostiene Andrés Mendoza, technical director Southern Europe & LATAM di ManageEngine –. L’azienda che non è mai stata attaccata non esiste: l’attacco c’è sempre, la differenza sta nell’essere consapevoli che qualcosa di sbagliato sta accadendo dentro la propria rete.” La fotografia che emerge è netta. Tre intervistati su cinque dichiarano di aver affrontato un incidente, una vulnerabilità o un problema di sicurezza, mentre in Italia la quota di organizzazioni che ha registrato un incidente (non un attacco) raggiunge il 62% del campione. Il dato non descrive un’eccezione ma una condizione ordinaria, che sposta l’attenzione dalla prevenzione assoluta alla capacità di assorbire l’impatto e tornare operativi.

Quando l’attacco non è più un’ipotesi

Tra i vettori più frequenti spicca lo sfruttamento delle vulnerabilità, che si declina in forme diverse. Può trattarsi di una patch non installata, di una configurazione errata o di credenziali di default mai modificate su un dispositivo di rete, una porta lasciata aperta che un tempo richiedeva lavoro manuale per essere individuata e oggi viene scoperta e sfruttata con il supporto dell’AI. “Lo stesso mecca nismo che consente a un GPT di pianificare un viaggio permette a un attaccante di generare codice malevolo e personalizzare l’offensiva – osserva Mendoza -. È in questo contesto che si puà parlare di phishing 2.0. I messaggi non hanno più loghi assenti, errori di battitura o toni generici, ma sfruttano i dati pubblici reperibili su LinkedIn e sui social per costruire comunicazioni credibili, calibrate sul ruolo, sui colleghi e sulle attività del destinatario. A questo si aggiungono l’errore umano, con la curiosità che spinge ad aprire allegati sospetti, e gli attacchi alla supply chain, che colpiscono fornitori e contractor già dotati di accessi alla rete dell’organizzazione bersaglio. Tre elementi restano centrali per ridurre l’esposizione: tecnologie adeguate, processi aggiornati e persone consapevoli”.

La resilienza è un tema per C-level

Il passaggio culturale che ManageEngine pone al centro riguarda il livello a cui la sicurezza viene discussa e il superamento della logica per cui ci si attiva soltanto quando l’incidente è già in corso.

Sujoy Banerjee regional director MEA di ManageEngine
Sujoy Banerjee regional director MEA di ManageEngine

“Dobbiamo passare dalla cybersecurity alla cyber resilience, perché l’idea che un attacco non possa accadere è ormai superata – sostiene Sujoy Banerjee regional director MEA di ManageEngine -. La vera domanda è quanto siamo preparati ad affrontarlo e quanto rapidamente sappiamo rilevarlo, rispondere e ripristinare. Non è più una questione di un singolo reparto, è una discussione che deve avvenire nel consiglio di amministrazione.”

I numeri italiani mostrano però un coinvolgimento ancora discontinuo della leadership. Il 49% delle organizzazioni dichiara un impegno elevato del management solo durante la crisi, mentre appena il 20% lo descrive come un processo continuo. Il tema è che la sicurezza “parla” tre linguaggi differentei attraverso la catena decisionale.

“Se a livello operativo si parla di autenticazione multifattore, a quello intermedio il focus si sposta verso strategie di gestione delle identità e degli accessi e quando si arriva al vertice, dove risiede l’accountability, le cose cambiano ancora. Al C-level, infatti, non interessa sapere se è stata attivata l’autenticazione multifattore ma, invece, se esiste una strategia per ripristinare l’operatività quando qualcosa va storto, perché quella è la base della continuità del business” osserva Mendoza.

Sul fronte della preparazione formale i dati italiani appaiono solidi. Il 98% delle organizzazioni conduce revisioni post-incidente, il 95% dichiara di avere una strategia di backup e oltre il 90% rispetta l’obbligo di notifica entro 24 ore, in linea con quanto richiesto dal recepimento della direttiva NIS 2, che l’Italia è stata tra i primi Paesi a trasporre. La domanda che resta aperta non è se il backup esiste, ma se sia mai stato testato davvero attraverso una simulazione di ripristino completo. I tempi di recupero confermano invece una situazione di criticità: il 39% delle aziende si colloca tra uno e dieci giorni, mentre nessuna ha dichiarato di ripristinare l’intera operatività in meno di 24 ore.

Skill gap, integrazione e automazione

Le pressioni operative individuate dall’indagine convergono su tre fronti. Il primo è la carenza di skill e di personale qualificato, che persiste nonostante formazione e workshop. Il secondo è la mancata integrazione tra strumenti diversi, adottati da reparti diversi, che al momento dell’incidente non riescono a dialogare e allungano i tempi di reazione.

Il terzo è la presenza di processi ancora largamente manuali, che nei momenti di crisi vanno semplificati e automatizzati perché non c’è tempo per imparare uno strumento mentre l’attacco è in corso.

La risposta proposta ruota attorno a tre dimensioni che devono lavorare insieme, il workplace, il workforce e il workload, ossia il luogo di lavoro distribuito da proteggere con logiche zero trust, le persone con la gestione delle identità e dei privilegi e i carichi di lavoro tra on premise e cloud.

A monte resta l’inventario, inteso non come semplice elenco di asset ma come mappa delle dipendenze sul modello del CMDB (Configuration Management Database), che associa ogni dispositivo a una persona, a un reparto, a una sede e all’infrastruttura sottostante per misurare l’impatto reale di un incidente.

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