Imprese più consapevoli, ma per molte il rischio di filiera resta un tallone d’Achille. Un report di IUNGO mette in luce il divario ancora marcato tra le imprese italiane nei processi di analisi del rischio.
IUNGO: 350 aziende in Italia ancora immature nell’analisi del rischio
In un contesto economico sempre più complesso e interconnesso, la gestione del rischio di filiera si conferma una priorità strategica per le imprese. È quanto emerge dall’indagine La Gestione del Rischio di Filiera a 360° di IUNGO, condotta su 350 aziende italiane o con sede in Italia. Il report evidenzia come a fronte di una crescente consapevolezza dell’importanza del tema, molte aziende si trovino a un livello di maturità ancora intermedio e con processi di analisi del rischio spesso frammentati, non integrati e solo parzialmente digitalizzati.
Il rischio informatico nella supply chain: una criticità spesso ignorata
Solo l’8,3% delle aziende utilizza provider esterni specializzati per la cybersecurity, dicono i dati rilevati da IUNGO. Dalla ricerca emerge una gestione del rischio informatico dei fornitori ancora iniziale e poco strutturata e un approccio ancora poco integrato nel vendor management, con scarsa sistematicità, copertura limitata e un’impostazione prevalentemente reattiva. Il 50% delle aziende non esternalizza la gestione della cybersicurezza e il 41,7% non sa rispondere, indicando scarsa diffusione e consapevolezza. L’83% non ha mai avuto esperienza diretta di incidenti informatici legati ai fornitori, elemento che contribuisce a una bassa percezione di priorità del rischio.
Sul piano operativo, il monitoraggio è frammentato e privo di standard: le poche aziende che aggiornano le valutazioni lo fanno con modalità distribuite ma marginali. Il 50% non effettua alcuna valutazione di cybersecurity, mentre il 25% si limita ai nuovi fornitori e il 16,7% ai fornitori strategici.
Rischi lungo la filiera: solo l’8% sa gestirli
Secondo il report, il monitoraggio del rischio fornitori è sempre più riconosciuto come strategico, ma il livello di maturità dei processi resta ancora limitato. Nonostante oltre la metà delle imprese lo consideri prioritario, dicono i dati dell’indagine, la gestione è per lo più frammentata: nel 69% dei casi le aree di rischio sono tracciate separatamente e nel 23% tramite aggregazioni manuali, mentre solo l’8% dispone di sistemi integrati e automatizzati. La mancata adozione di sistemi avanzati potrebbe dipendere da due fattori: la priorità data a obiettivi di breve termine, come la riduzione dei costi, e una strutturazione incompleta dei processi interni, che ostacola l’introduzione di strumenti più evoluti.
La gestione dei partner deve partire da un’analisi di tutto il parco fornitori
L’analisi relativa al rischio economico-finanziario dei fornitori evidenzia una maturità ancora disomogenea nella sua gestione: gli strumenti sono diffusi (67%), ma l’applicazione resta frammentata e non sistematica. Il monitoraggio continuativo è limitato (25%) e la valutazione è spesso selettiva, concentrata su fornitori nuovi o critici, mentre solo il 17% estende l’analisi a tutto il parco fornitori, indicando una copertura ancora parziale del rischio.
Sul piano analitico emerge una polarizzazione: l’80% delle aziende adotta un’analisi approfondita basata su indicatori o report completi, contro un 20% che si limita a metriche sintetiche. Anche la frequenza di aggiornamento non è sempre continuativa, segnalando pratiche talvolta episodiche o reattive. Infine, il fatto che il 50% delle aziende dichiari di aver già sperimentato problematiche economico-finanziarie con i fornitori sottolinea la concretezza del rischio e la necessità per molti di evolvere verso modelli più strutturati, estesi e continui.
Una gestione dei dati da non sottovalutare
Pur riconoscendo un livello discreto di affidabilità e chiarezza delle metriche (66%), alcune imprese evidenziano ancora qualche criticità nel trasformare i dati in strumenti realmente utili al supporto decisionale. Il 55,6% delle aziende dedica meno di 4 ore al mese alla gestione e aggiornamento dei dati, mentre solo il 44% dispone di informazioni in tempo reale. Le principali criticità riguardano la scarsa fruibilità dei dati (55%), la mancanza di aggiornamenti tempestivi (23%) e la presenza di informazioni parziali o difficilmente correlabili all’impatto economico (22%).
Da reattive a proattive: le aziende devono compiere il “salto evolutivo”
Per le aziende, diventa sempre più necessario passare da un approccio reattivo a uno proattivo, capace di anticipare criticità e supportare decisioni strategiche. Molte indicano come priorità il rafforzamento della resilienza e della sostenibilità della filiera, la riduzione dell’impatto economico dei fermi fornitura, il miglioramento della rapidità e oggettività delle decisioni e la capacità di intercettare vulnerabilità non immediatamente visibili. “Oggi la gestione del rischio di filiera non può più essere considerata una scelta accessoria: è una leva strategica decisiva per la crescita e la resilienza delle imprese. Investire in modelli integrati, digitali e predittivi significa dotarsi degli strumenti per anticipare le criticità, prendere decisioni più consapevoli e trasformare l’incertezza in opportunità”, commenta Micaela Valent, COO area solutions di IUNGO. “Le aziende che sapranno compiere questo salto evolutivo non solo saranno più preparate ad affrontare le sfide future, ma diventeranno protagoniste del cambiamento nel proprio settore”.

