Rischi di filiera: come proteggere business e reputazione

Le recenti inchieste sulla supply chain rivelano rischi sistemici per le aziende. Tra pressioni sui costi, nuove direttive UE e danni reputazionali, la gestione etica e digitale dei fornitori diventa leva strategica di resilienza e competitività, come spiega Micaela Vant, COO area solutions Iungo

Negli ultimi mesi sono emersi scandali milionari nella logistica e nella supply chain che non possono più essere letti come episodi isolati. Appalti fittizi, somministrazione illecita di manodopera, frodi fiscali e impiego di lavoratori invisibili disegnano uno scenario di illegalità che mette in luce una fragilità strutturale, spesso nascosta agli occhi dell’opinione pubblica, ma ben nota agli addetti ai lavori.

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Micaela Valent, COO area solutions Iungo

“I recenti scandali nella logistica non sono incidenti isolati – afferma Micaela Valent, COO area solutions Iungoma la manifestazione evidente di un rischio sistemico che le aziende non possono più permettersi di sottovalutare”. Oggi, la sfida per le imprese non è tanto riconoscere l’esistenza di tali rischi, quanto piuttosto trasformare la consapevolezza in un’azione concreta e continuativa.

Pressioni macroeconomiche e logica del ribasso

Le aziende si muovono in un contesto segnato da rincari energetici e delle materie prime, instabilità geopolitica e regole in costante evoluzione che richiedono adattamenti rapidi e costosi. Per difendere i margini, molte realtà ricorrono a esternalizzazioni spinte e subappalti multipli. Ma la ricerca ossessiva del prezzo più basso apre la strada a fornitori opachi o addirittura illegali. “Continuare a concepire il procurement come una funzione meramente orientata al costo rappresenta una strategia miope e pericolosa”, avverte Valent. La corsa al ribasso, un tempo accettata come necessità competitiva, oggi mostra effetti devastanti che non minano solo l’immagine, ma la sopravvivenza stessa delle imprese. Con i criteri ESG sempre più centrali per consumatori, investitori e legislatori, la posta in gioco è chiara: non basta più rispettare parametri ambientali, occorre garantire legalità, governance e responsabilità sociale lungo l’intera filiera.

I numeri di una fragilità sistemica

Markets & Data stima che il mercato globale della gestione del rischio di supply chain valeva 3,51 miliardi di dollari nel 2023 e raddoppierà entro il 2031. In Europa, le analytics dedicate raggiungeranno i 43,92 miliardi entro il 2033, segno che la consapevolezza cresce, ma resta parziale. Secondo McKinsey, solo il 30% dei board possiede una conoscenza approfondita dei rischi connessi alla propria catena di fornitura. Forse anche da questo dipende il fatto che oltre tre quarti degli spedizionieri europei hanno subito almeno un’interruzione nel 2024 e un quarto ha affrontato più di venti incidenti nello stesso anno. Secondo CEPR, il 37% delle imprese denuncia difficoltà nell’accesso a materie prime, mentre il 34% lamenta ritardi e inefficienze logistiche. I dati più allarmanti riguardano il lavoro non etico: il rischio di sfruttamento è solo dell’8,5% al primo livello di fornitura, ma sale all’82,4% al secondo e sfiora il 99,1% al terzo, confermando la natura profondamente sistemica di questa minaccia.

Le nuove regole europee

Si stima che la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD) imporrà a circa 60.000 aziende europee di rendicontare entro il 2028 le performance ESG non solo proprie, ma dell’intera catena del valore. Non sarà più sufficiente monitorare la propria azienda: anche fornitori e subfornitori entreranno nella fotografia della sostenibilità. A questa misura si aggiunge la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), che introdurrà la due diligence obbligatoria in materia di diritti umani e ambiente, rendendo le imprese legalmente responsabili delle violazioni commesse lungo la filiera. In Italia manca ancora una normativa nazionale completa, ma il percorso tracciato da Bruxelles è inequivocabile: la trasparenza diventerà requisito imprescindibile per competere sul mercato unico.

Digitalizzazione e resilienza

In uno scenario così complesso, un procurement che operi “al buio” non è più sostenibile. Servono mappature accurate dei fornitori, audit indipendenti, controlli trasparenti e piattaforme digitali capaci di tracciare ogni fase della supply chain. Blockchain, IoT e intelligenza artificiale non sono più strumenti futuristici, ma veri pilastri operativi. Anche simulazioni di crisi e stress test diventano indispensabili: una ristrutturazione mirata della rete fornitori può ridurre i rischi sistemici fino al 50%. Le interruzioni prolungate, infatti, non colpiscono solo l’impresa coinvolta, ma si propagano all’intero tessuto economico, fino a incidere sulla stabilità bancaria e finanziaria. La solidità delle supply chain è ormai una questione macroeconomica e non più un dettaglio logistico.

Il costo reputazionale

Un aspetto spesso trascurato ma dirompente è il danno d’immagine. “Nascondersi dietro la presunta ‘non conoscenza’ delle pratiche dei subfornitori non è più una scusante”, afferma Valent. Anche un legame indiretto con fornitori implicati in lavoro nero o frodi può comportare l’esclusione da bandi pubblici, la perdita di credibilità con gli investitori e l’impossibilità di accedere a mercati internazionali. L’Italia ha vissuto in prima persona queste dinamiche: nell’estate 2025 il governo ha lanciato un piano straordinario per proteggere la reputazione della moda, dopo che noti brand sono stati coinvolti in indagini sul lavoro irregolare. “Il comportamento illecito di pochi può compromettere l’immagine di un intero comparto”, ha avvertito il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, sottolineando quanto la reputazione sia fragile e il suo deterioramento un costo occulto incalcolabile.

Dalla compliance al vantaggio competitivo

L’invito di Valent non è puramente difensivo: “la mappatura corretta e trasparente del parco fornitori non è più solo attività di compliance, ma leva strategica”.

In un’epoca in cui i mercati premiano responsabilità e fiducia, chi saprà dimostrare reali garanzie di trasparenza potrà competere meglio, accedere a contratti internazionali e rassicurare investitori e stakeholder. E avrà diversi vantaggi: riduzione dei rischi latenti, aumento della resilienza agli shock e capacità di reagire più rapidamente alle crisi. E, non ultimo, una reputazione che diventa un asset tangibile. Tutto questo si traduce in una maggiore competitività su mercati che premieranno sempre di più la responsabilità e la trasparenza.

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