L’AI crea lavoro e benessere, oppure no?

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L’AI è qui per restare ma siamo ancora all’inizio e molte sono le speculazione sull’impatto che potrà avere a livello economico e sociale.

La pervasività e la portata dell’intelligenza artificiale fanno crescere sempre più la preoccupazione che la sua affermazione possa rappresentare una minaccia per il mondo del lavoro, eliminando numerosi posti tradizionali. Si tratta di una preoccupazione fondata per la quale la risposta “tipica” è che si tratta di un passaggio che caratterizza ogni rivoluzione, da quella industriale a Internet, e che l’AI farà nascere nuovi lavori che fino a oggi non esistevano legati al suo sviluppo e alla sua applicazione.

Se è vero dal punto di vista qualitativo, qualche dubbio in più viene da quello quantitativo.

Più posti di lavoro persi o creati?

Un’analisi del 2023 del Fondo Monetario Internazionale indica che l’AI influenzerà quasi il 40% di tutti i posti di lavoro mentre uno studio del McKinsey Global Institute riporta che, entro il 2030, l’AI potrebbe costringere circa 12 milioni di lavoratori statunitensi a cambiare occupazione a causa dell’automazione di specifiche mansioni.

Negli scorsi anni, un dato che abbiamo visto citato ovunque è stata la previsione del “Future of Jobs Report 2020” del World Economic Forum che riportava come l’AI avrebbe portato alla creazione di circa 97 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2025, compensando la corrispondente perdita di 85 milioni di posti. Stima già rivista nella versione 2023 dello stesso report che manteneva sostanzialmente invariata la previsione sui posti persi (83 milioni) mentre rivedeva al ribasso (69 milioni) i nuovi posti segnalando, questa volta, una differenza in negativo di 14 milioni di posti di lavoro.

Lo scenario che si delinea, insomma, comincia a suggerire di essere più cauti nell’entusiasmo rispetto alla effettiva creazione di posti di lavoro, lasciando spazio a una prospettiva più realistica, caratterizzata da una forte incertezza e dalla necessità di una riqualificazione massiccia della forza lavoro.

Peraltro mi è difficile pensare che ci sia spazio al mondo per 80 milioni (9 volte la popolazione della Svizzera) di specialisti in machine learning, analisti di business intelligence, ingegneri di intelligenza artificiale ed eticisti dell’intelligenza artificiale (le nuove professioni citate nel report del WEF). Senza dimenticare il “prompt engineer”, oggi immancabilmente citato in ogni evento sull’AI, che sembrerebbe da solo poter risolvere i problemi futuri dell’occupazione.

Peraltro, a differenza di quanto è avvenuto e avviene in settori come il manifatturiero, in cui l’introduzione spinta di automazione e robotica ha sostituito, principalmente, compiti manuali e ripetitivi svolti dalla forza lavoro umana (talvolta anche alienanti) l’AI non si limita a sostituire i compiti ripetitivi, ma ha le potenzialità di intervenire in maniera significativa anche su lavori creativi, come l’illustrazione, la scrittura, la musica e altre forme di espressione artistica. L’automazione di queste attività viene perseguita principalmente per ragioni economiche, come la riduzione dei costi di produzione, ma ciò non significa che porterà a un miglioramento qualitativo. Al contrario, c’è il rischio concreto di un appiattimento creativo, in cui la standardizzazione degli output prodotti dall’AI potrebbe ridurre la varietà e l’originalità tipiche dell’ingegno umano. In questo contesto, la promessa di nuovi lavori più stimolanti rischia di perdere di significato se l’intelligenza artificiale andrà a svuotare proprio quegli ambiti che storicamente rappresentano il cuore della creatività umana.

Il valore generato dall’AI porterà benessere?

Un’ulteriore considerazione riguarda il valore generato dall’intelligenza artificiale.

L’AI incrementa l’efficienza che diventa volano per la produttività e molte delle stime che esaltano il valore generato dall’AI, ne parlano in termini di PIL. Tra queste uno studio di PricewaterhouseCoopers che stima che l’AI potrebbe aggiungere fino a 15700 miliardi di dollari al PIL globale entro il 2030 (6600 miliardi di dollari derivanti da un aumento della produttività e 9100 miliardi di dollari da effetti sul consumo). Queste e altre simili cifre sono spesso accompagnate da due idee implicite che meritano, invece, attenzione critica: che l’incremento del PIL indotto dall’AI si traduca automaticamente in un miglioramento del benessere delle persone e che il beneficio economico non sarà limitato ai grandi conglomerati, ma si estenderà anche alle piccole e medie imprese.

In relazione al primo aspetto, il legame tra PIL e benessere è da tempo oggetto di analisi critica.

Alla base della seconda idea vi è la visione che l’intelligenza artificiale democratizzi l’accesso a strumenti potenti, riducendo le barriere e consegnando alle PMI tecnologie più avanzate per migliorare la propria efficienza e poter competere alla pari con le grandi aziende.

Tuttavia, introdurre l’intelligenza artificiale nei processi di business non significa avere accesso a ChatGPT per 20 dollari al mese, ma richiede investimenti importanti e competenze avanzate (incluso il famoso prompt engineer).

Le grandi aziende hanno risorse, infrastrutture e competenze per integrare l’intelligenza artificiale nei propri processi con una capacità che le PMI difficilmente possono eguagliare.

Questo significa che esiste il rischio che l’arena competitiva diventi ancora più polarizzata: le grandi aziende potranno muoversi con maggiore agilità e adattare l’intelligenza artificiale per ottenere un vantaggio competitivo significativo, mentre le Piccole e medie imprese si troveranno a competere su un terreno che non è davvero equo, con un divario tecnologico che si allargherà ulteriormente.

In questo scenario, l’entusiasmo per il valore economico creato dall’AI all’interno delle aziende potrebbe essere mal riposto. Piuttosto che una vera e propria generazione di valore, potremmo assistere a un trasferimento di valore: uno spostamento da settori o aziende meno capaci di adattarsi tecnologicamente a quelle che già detengono la leadership. Un inevitabile scenario darwiniano direbbero alcuni.

Riccardo Florio
Riccardo Floriohttp://www.riccardoflorio.it
Laureato in Fisica, ricercatore, tecnologo, giornalista iscritto all'Ordine, utilizza i computer dal 1980 e da oltre vent'anni opera nel settore dell'editoria IT. E' cofondatore e attuale general manager della media company Reportec ed è direttore responsabile delle riviste Direction e Partners. È coautore di innumerevoli libri, rapporti, studi e Survey nel settore dell’ICT.

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