L’evoluzione dei data center in Europa sta delineando un panorama sempre più complesso, in cui la loro centralità strategica si confronta con la necessità di distribuzione e prossimità ai dati. Da un lato, i grandi edifici periferici ospitano gli hyperscale, garantendo potenza di calcolo su larga scala e ottimizzazione delle risorse. Dall’altro, l’espansione dei local edge data center nelle aree urbane risponde alle esigenze di bassa latenza, sovranità dei dati e supporto a servizi distribuiti, come quelli basati su IoT e AI.

“I data center non sono più solo gigantesche costruzioni anomine nelle periferie, destinate a supportare l’infrastruttura hyperscale o a ospitare campus dedicati all’intelligenza artificiale. Oggi, accanto a questi colossi, emergono i data center edge: strutture più piccole, ma altrettanto utili ed efficienti, che devono integrarsi armoniosamente nel contesto urbano. La loro vicinanza ai luoghi in cui i dati vengono generati permetterà, in un futuro prossimo, di sviluppare applicazioni di AI che necessitano di risposte in tempo reale, come nel caso della gestione intelligente dei semafori in base al traffico o della gestione dinamica della rete idrica per minimizzare sprechi e consumi. Un futuro in cui tecnologia e città si fondono per diventare più sostenibili ed efficienti”. A parlare è Mauro Rigo, business developer area Data Center di Deerns, società olandese di ingegneria specializzata in building services.
Edge data center a riqualificare il contesto urbano
I piccoli data center risolvono anche un problema di armonia nei centri urbani. Sostenibilità, rigenerazione urbana e nuovi modelli di data center sono stati al centro di Data Center Nation 2025, evento che ha esplorato le nuove sfide, mettendo a fattor comune esperienze d’infrastruttura nell’innovazione e nel mercato immobiliare. Il riutilizzo di asset immobiliari esistenti rappresenta un’opportunità strategica, consentendo di ridurre il consumo di suolo, preservare le aree verdi; ottimizzare le infrastrutture esistenti, al contempo accorciando i tempi di realizzazione.
“Se i data center hyperscale rimangono cruciali per la gestione di carichi di lavoro complessi, gli edge data center stanno emergendo per soddisfare la domanda di bassa latenza e elaborazione locale – afferma Danilo Andreotti, unit director Data Center di Deerns – oggi servono soluzioni integrate, che valorizzino il patrimonio edilizio esistente e garantiscano efficienza energetica, riduzione dei consumi e armonizzazione con il contesto urbano”.
In questo caso, costi e sfide operative sono superiori rispetto alle costruzioni ex novo. Per ottenere l’obiettivo serve l’intervento del normatore, con una revisione delle normative di autorizzazione e incentivi mirati.
2025, l’anno della legge sui data center
Gli investimenti negli edge data center sono quindi una scelta strategica che risponde alle esigenze sia del mercato, sia delle amministrazioni locali e quindi dei cittadini, per cui serve una regolamentazione. Una legge italiana è attesa già nel 2025 e i primi passi si sono già visti. I data center italiani, finora valutati come generici edifici industriali, dal gennaio 2025 sono riconosciuti con il codice Ateco a prefisso 63.11, definito con l’Istat e in accordo con l’Unione europea. Ancora non è riconosciuta l’attività immobiliare, ma di questo si occuperà -con ogni probabilità- proprio la legge in arrivo, che scaturirà dalle 4 proposte di gruppi parlamentari arrivate l’anno scorso (Azione, Lega, Fratelli d’Italia e Pd).
“La politica è allineata e per gli edge data center le cose saranno più semplici, anche se in Italia la richiesta è ancora bassa rispetto ad altre aree”, continua Rigo.
Acqua, verso un uso davvero responsabile
Nel dibattito internazionale si sta facendo strada una ridefinizione del modello complessivo che consideri l’effettiva disponibilità dei risparmi anche al di fuori dei classici modelli, per un vero rispetto dell’ambiente e della società. Per esempio, l’acqua che raffredda i data center è abbastanza calda per uso riscaldamento e sanitario in aree immediatamente limitrofe, ma diventa difficilmente utilizzabile in maniera diretta se bisogna convogliarla a grande distanza.
Proprio l’acqua sta diventando sempre più importante nel mondo e i data center non devono sprecarla. “Raccolta e riuso andranno valutati nei nuovi impianti – spiega Mattia Mariani, unit director Building Performance Group in Deerns Italia – il tema viene sollevato sempre più frequentemente e in Europa ci si sta ponendo il problema, anche perché in alcune nazioni, come gli USA, sta diventando critico”.
Valutare correttamente l’energy storage
Un altro problema di ampio respiro riguarda lo smaltimento delle batterie. “Bisogna fare considerazioni di sostenibilità, perché l’energy storage implica l’uso di batterie che hanno un ciclo di vita oneroso, con dimensioni anche importanti in funzione della potenza – dettaglia Mariani, che ricopre anche il ruolo di vice presidente del gruppo lavoro sostenibilità interno a IDA – bisogna valutare produzione e smaltimento delle batterie con smaltimento e stoccaggio sicuro o con recupero dei materiali di cui sono composte”. Ad oggi, infatti, non c’è certezza del ciclo di vita: le batterie attuali non si sa che fine faranno, mentre i nuovi sistemi non sono ancora in una fase di studio, con tempi di applicazione non ancora certi.
“Il numero di batterie usate aumenta costantemente, non solo in mobilità e altrove ma anche nei data center – riprende il manager -. Le nuove regole ci danno qualche strumento in più, ma potrebbero essere sorpassate dall’evoluzione tecnologica abbastanza presto: sono quindi un primo passo, nella speranza che l’evoluzione tecnologica porti a sistemi più certi di recupero dei materiali”.
Le certificazioni LEED, BREEAM, WELL
Alcune certificazioni rappresentano oggi uno standard essenziale per garantire la sostenibilità degli edifici, inclusi i data center. “Il LEED, Leadership in energy and environmental design, pone un forte accento sull’efficienza energetica e sulla gestione responsabile delle risorse, fornendo parametri per ridurre l’impatto ambientale degli edifici – spiega ancora Mariani -. Anche il BREEAM, Building research establishment environmental assessment method, valuta la sostenibilità dell’intervento, ponendo l’accento anche su altri parametri come l’ecologia, l’inquinamento e il management del processo di progettazione e costruzione”.

