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IoT e cybersecurity: come mettere in sicurezza le telecamere di sorveglianza

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La compromissione del sistema di videosorveglianza domestico di Stefano De Martino ha riportato al centro dell’attenzione una questione cruciale: la sicurezza dei dispositivi IoT (Internet of Things), in particolare quelli deputati alla protezione degli spazi privati.

Se un’infrastruttura CCTV – nata per garantire controllo e sicurezza – viene hackerata, la conseguenza immediata è un capovolgimento del suo scopo originario: da strumento di difesa diventa un vettore di rischio. È l’ennesima dimostrazione di come la tecnologia, senza un’adeguata gestione, possa trasformarsi in un’arma a doppio taglio.

L’anello debole della catena IoT

Il mercato della videosorveglianza IP è in crescita costante e si inserisce in un ecosistema dove l’iperconnettività è ormai la norma. Telecamere smart, sensori, videocitofoni e dispositivi di home automation comunicano tramite la rete domestica, aprendo varchi potenzialmente sfruttabili da attori malevoli.

Il problema non è (solo) tecnologico, ma culturale: molti utenti installano i dispositivi con le configurazioni predefinite, senza porsi il tema della cyber hygiene. Eppure, come dimostrano i recenti report di società di cybersecurity, il 70% degli attacchi a infrastrutture IoT sfrutta vulnerabilità banali: password di default, firmware obsoleto o configurazioni di rete insicure.

Best practice: cinque azioni da adottare subito

Per ridurre la superficie d’attacco e mitigare i rischi, i professionisti del settore raccomandano alcune misure di sicurezza di base:

  1. Password robuste e uniche
    Le credenziali preimpostate sono pubbliche e facilmente individuabili. Occorre sostituirle con password complesse, lunghe e univoche per ciascun dispositivo, integrando dove possibile l’autenticazione a due fattori.

  2. Firmware sempre aggiornato
    Ogni release può contenere patch di sicurezza critiche. In ambito domestico conviene attivare l’opzione di aggiornamento automatico, mentre in contesti professionali è necessaria una gestione centralizzata degli update.

  3. Accesso remoto controllato
    L’amministrazione via smartphone o browser deve essere circoscritta: abilitata solo quando indispensabile, protetta da regole precise (ad esempio whitelist di IP) e, se possibile, tramite VPN o protocolli cifrati.

  4. Segmentazione delle reti
    Isolare i dispositivi IoT da PC e smartphone è una pratica ormai imprescindibile. VLAN dedicate o SSID separati permettono di contenere un’eventuale compromissione, evitando che un attacco si propaghi all’intera rete.

  5. Soluzioni personalizzate e risk-based
    La sicurezza non è universale. Nel caso di ambienti domestici, ad esempio, si può implementare un sistema che disattivi le telecamere quando l’abitazione è occupata, riducendo così l’esposizione al rischio e preservando la privacy.

Dalla consapevolezza alla governance

Il caso De Martino mette in evidenza un dato chiaro: la diffusione massiva dei dispositivi smart non è stata accompagnata da un’adeguata educazione alla sicurezza digitale. La sfida, oggi, è portare anche nel mondo consumer pratiche che nel settore enterprise sono consolidate: segmentazione, gestione delle credenziali, aggiornamenti costanti e monitoraggio continuo.

La cybersecurity by design, troppo spesso trascurata nei prodotti consumer, dovrebbe diventare lo standard. Perché una telecamera connessa non è solo un dispositivo domestico: è un nodo di una rete complessa, e come tale richiede governance, policy e competenze specifiche.

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