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Acronis, il business si salva con la resilienza

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Negli ultimi anni il rischio cyber è uscito dai confini dei dipartimenti IT per entrare nei consigli di amministrazione. Un ransomware, una violazione dei dati o il blocco di sistemi critici possono fermare produzione, logistica, vendite e relazione con i clienti. Per questo la resilienza digitale è ormai un tema di business prima ancora che tecnologico.

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Umberto Zanatta, senior solution engineer di Acronis

Secondo Umberto Zanatta, senior solution engineer di Acronis, le aziende si trovano oggi davanti a tre sfide principali: “Gli attacchi sono in aumento, anche grazie all’uso dell’intelligenza artificiale da parte dei criminali. A questo si aggiunge la pressione normativa e una crescente complessità tecnologica”.

Fine del vecchio modello difensivo

Per anni la sicurezza informatica è stata costruita attorno all’idea del perimetro: sistemi e dati aziendali all’interno, minacce all’esterno. Oggi quel modello non basta più.

L’affermazione del lavoro ibrido, la diffusione del cloud, l’utilizzo di applicazioni SaaS e la moltiplicazione dei dispositivi connessi hanno reso i confini aziendali molto più fluidi. I dipendenti lavorano da remoto, i dati transitano tra ambienti diversi e le filiere digitali coinvolgono partner esterni, consulenti e fornitori.

In questo scenario non esiste più un unico perimetro da proteggere. Esistono piuttosto molti punti di accesso, ciascuno potenzialmente vulnerabile. Da qui nasce l’esigenza di passare dalla sola prevenzione alla capacità di risposta.

“Essere cyber resilienti vuol dire accettare che prima o poi un attacco arriverà. La differenza sta nella capacità di reagire senza fermare il business”, osserva Zanatta.

Il problema non è avere più strumenti

Molte imprese hanno reagito alla crescita delle minacce introducendo nuovi strumenti di sicurezza: piattaforme di monitoraggio, software endpoint, sistemi di backup, strumenti di compliance, scanner di vulnerabilità. Ma l’accumulo di tecnologie non coincide automaticamente con una maggiore protezione.

Spesso accade il contrario. Ogni nuovo prodotto aggiunge configurazioni, dashboard, flussi di alert e competenze specialistiche da presidiare. Il risultato può essere una sicurezza frammentata, costosa e difficile da governare.

Per Zanatta il nodo centrale è proprio questo: “Non è importante avere tanti tool. Quello che conta è chi governa e avere il controllo di ciò che sta succedendo”.

Governare significa sapere dove si trovano i dati critici, conoscere quali asset sono esposti, valutare il rischio reale e coordinare le azioni in caso di incidente. Significa anche semplificare, integrare e automatizzare dove possibile. In un mercato in cui le risorse specialistiche sono scarse, la semplicità operativa è diventata un fattore competitivo.

Compliance sempre più strategica

Accanto alle minacce cresce il peso delle normative. NIS2, DORA, GDPR, AI Act e altri provvedimenti chiedono alle aziende standard elevati di sicurezza, governance del rischio e continuità operativa.

Molte organizzazioni vivono questi adempimenti come un obbligo oneroso. In realtà possono trasformarsi in leva di modernizzazione. Dotarsi di procedure strutturate, definire responsabilità chiare, mappare gli asset e predisporre piani di risposta agli incidenti significa non solo rispettare la legge, ma rafforzare l’impresa.

Framework riconosciuti come il NIST Cybersecurity Framework possono aiutare in questo percorso, offrendo riferimenti operativi e una base comune per migliorare la maturità dei processi.

La compliance, quindi, non dovrebbe essere vista come semplice burocrazia, ma come occasione per aumentare affidabilità verso clienti, partner e investitori.

Il ruolo chiave del backup e del recovery

Quando si parla di resilienza, uno dei primi elementi è la capacità di recuperare rapidamente dati e sistemi. Gli attacchi ransomware hanno dimostrato quanto il backup non sia più una funzione secondaria, ma un presidio strategico.

Disporre di copie protette, immutabili e separate dall’infrastruttura principale può fare la differenza tra una ripartenza rapida e settimane di fermo operativo. Allo stesso modo, il disaster recovery consente di riallocare servizi e workload in tempi contenuti, limitando l’impatto economico e reputazionale di un incidente.

MDR e monitoraggio continuo

Un altro tassello essenziale della cyber resilienza è il monitoraggio costante. Da qui la crescente diffusione dei servizi MDR, Managed detection and response, che uniscono piattaforme tecnologiche e competenze specialistiche per sorvegliare gli ambienti digitali in modo continuativo.

“Un servizio MDR monitora, rileva, contiene, investiga e aiuta a rimediare. In pratica abilita l’azienda a essere resiliente”, spiega Zanatta.

Il valore di questi servizi sta soprattutto nella rapidità. Ridurre il tempo che intercorre tra compromissione e rilevazione significa limitare danni, propagazione laterale e perdita di dati. Inoltre, consente alle imprese di accedere a professionalità avanzate senza dover costruire internamente un SOC completo, spesso insostenibile per costi e competenze richieste.

Per molte PMI europee, il ricorso a modelli gestiti rappresenta oggi la strada più pragmatica.

Supply chain, il fronte più esposto

La resilienza non riguarda soltanto i sistemi interni. Sempre più spesso gli attaccanti colpiscono la supply chain digitale: software house, provider IT, outsourcer, manutentori o partner connessi alle reti aziendali. Per questo la sicurezza dei fornitori è diventata parte integrante del rischio d’impresa. Valutazioni preventive, clausole contrattuali, controlli sugli accessi remoti e verifiche periodiche sono ormai indispensabili. Nessuna azienda è davvero resiliente se non lo è anche il suo ecosistema.

Una questione culturale

La cyber resilienza non è un prodotto da acquistare, ma una capacità organizzativa da costruire nel tempo. Oltre agli investimenti tecnologici, richiede processi chiari, ruoli definiti, simulazioni di crisi e formazione continua delle persone.

“Molti incidenti nascono ancora da errori umani, phishing o credenziali compromesse – conclude Zanatta –. Per questo la consapevolezza interna resta decisiva tanto quanto gli strumenti tecnologici”.

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