La corsa a rilasciare nuove funzionalità più in fretta del concorrente ha trasformato il ciclo di vita del software in una catena continua di commit, build e deploy, spesso svincolata da controlli di sicurezza strutturati.
Ma la mancata adozione di un moderno paradigma DevSecOps (ovvero non prevedere l’integrazione nativa di test, compliance e monitoraggio nello stesso flusso di delivery) si sta rivelando un boomerang che colpisce prima di tutto il conto economico.
Con il costo medio globale di una violazione che ha toccato 4,88 milioni di dollari nel 2024 si comprende come il tassello “security by design” non sia più facoltativo, ma determinante per contenere i costi imprevisti.
Tre insidie che frenano la software factory
Il primo ostacolo è la mancanza di visibilità lungo la pipeline. Strumenti eterogenei, log distribuiti e report manuali impediscono di individuare in tempo reale gli errori che si accumulano nel codice. Iil ricorso a task manuali e a figure specializzate sempre più rare non solo rallenta l’innovazione, ma aumenta la probabilità di bug che si propagano fino alla produzione, generando ritardi e spese extra per il re-work. L’automazione dei controlli, dai test statici alla composizione delle librerie open source, diventa quindi l’unico modo per sostenere sia il ritmo delle release sia la qualità attesa dal business.
La seconda insidia è legata all’evoluzione degli attaccanti. La stessa intelligenza artificiale che accelera lo sviluppo viene ormai sfruttata per costruire phishing su misura o malware capaci di variare firma a ogni esecuzione. Ignorare un framework DevSecOps significa esporsi a minacce che analizzano il comportamento degli utenti in tempo reale e cambiano strategia prima che i sistemi legacy possano reagire. Il rischio è di incorrere in un “AI-generated cyber attack” che sfrutta lacune di sicurezza lasciate aperte da cicli DevOps tradizionali, troppo lenti nel feedback tra sviluppo, QA e operation.
Infine, silos organizzativi e tool scollegati soffocano la collaborazione. In assenza di un layer di orchestrazione comune, gli sviluppatori lavorano alla cieca rispetto alle priorità di sicurezza, mentre gli analisti faticano a tradurre i report in remediation praticabili. Il risultato è un rallentamento dell’azione e un incremento del rischio, esattamente il contrario dell’obiettivo DevOps originario. Fortify consente di aggregare SAST, DAST, SCA e IT Operations, alleggerendo la complessità e riducendo il numero di incidenti in produzione.
Un mercato in crescita
Che il mercato stia recependo il messaggio lo dimostrano i numeri: una ricerca di Grand View Research stima che il giro d’affari globale del DevSecOps passerà da 8,84 miliardi di dollari nel 2024 a 20,24 miliardi nel 2030, con un tasso medio annuo di crescita del 13,2 % (Grand View Research, La spinta arriva dalla necessità, evidenziata anche dal Cyber-Resilience Act europeo, di individuare e mitigare le vulnerabilità prima che il software esca dai repository. Ma il vero discrimine resta culturale: senza un modello DevSecOps che porti sicurezza, qualità e operation sullo stesso piano di priorità, ogni accelerazione dello sviluppo rischia di tramutarsi in una corsa sul ghiaccio sottile.
Integrare una piattaforma DevSecOps di nuova generazione , con AI predittiva, test continui e monitoraggio post-rilascio, significa trasformare la sicurezza da tappo a fattore abilitante, riducendo il time-to-recover e aumentando la fiducia degli stakeholder interni ed esterni. E se una violazione oggi vale quasi cinque milioni di dollari, l’investimento preventivo appare non solo ragionevole, ma imprescindibile per difendere innovazione, reputazione e competitività.

