Telsy Secure Microchip controlla la crittografia

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Un’azienda italiana ha sviluppato un chip per la crittografia che verrà prodotto con una filiera europea. La notizia è molto importante, perché l’Europa è indietro nella produzione di chip e la crittografia è un punto nevralgico nel mondo connesso, dove nevralgico si traduce in miliardi di possibili dispositivi da proteggere (IoT, elettronica connessa, server).

L’azienda è la Telsy, parte del gruppo Tim. Il prodotto si chiama Secure Microchip.

La platea

La brochure promozionale recita che il microchip mira a elevare la sicurezza di dispositivi e infrastrutture, proponendosi anche a tutti quei soggetti che, a breve, dovranno dotarsi di sistemi più solidi o adeguarsi agli stringenti requisiti di cybersicurezza contenuti nel Cyber Resilience Act e nelle Direttive UE NIS2 e CER, comprese le piccole e medie imprese.

Si tratta, dice sempre la brochure, del primo microcontrollore del genere sviluppato in Italia. È una piattaforma in più formati, dal QFN (quad-flat no lead) per assemblaggio su scheda alla microSD per la portabilità, e altri in arrivo, come la Sim.

Il dispositivo è sicuro anche fisicamente: rompendolo meccanicamente non se ne carpiscono le funzioni, per quanto esistano sistemi più avanzati per svolgere questo compito.

Le applicazioni

L’argomento è centrale nella società digitale. La sicurezza è forse la maggiore inadempienza di questo mondo, e al suo interno la crittografia su hardware è uno snodo ineludibile. Controllare in Italia un progetto di questo tipo promette di raggiungere l’obiettivo di dispositivi secure-by-design, avvicinandosi ad una sovranità digitale, per di più con una supply chain europea o non controllata.

Parlando di applicazioni, i vari materiali promozionali recitano che “SecureMicrochip è la nuova soluzione di Telsy a portafoglio TIM Enterprise per la cybersicurezza Made in Italy di comunicazioni e dati sensibili. Un microprocessore crittografico, progettato interamente da Telsy e applicabile in svariati contesti, che permette di elevare la sicurezza in diversi ambiti tecnologici, dai dispositivi mobili alle SmartCity, dalle infrastrutture cloud all’Internet of Things ai sistemi di difesa”.

“Un dispositivo del genere è impiegabile in molti contesti di grande diffusione e rilevanza: Information Technology – IT (network e cloud) Operational Technology – OT (infrastrutture critiche, SCADA) Internet of Things – IoT (smart city, military wearable device) Sicurezza per i dispositivi mobili Mezzi militari e sistemi d’arma (sistemi d’arma digitalizzati, droni)”.

Aggiungere una tecnologia italiana è certamente un vantaggio per l’Italia e per l’Europa. Giornalisticamente va anche ricordato che TIM è sempre al centro della finanza internazionale, non sempre a livello europeo, con azioni che riguardano alcune aziende del gruppo.

Ricordo che sulla crittografia hardware spese più di una parola l’allora ministro dell’innovazione Paola Pisano, centrando sul cloud un discorso naturalmente più ampio.

Gli algoritmi

Il Secure Microchip sarà commercialmente disponibile nel 2024. Un microcontroller solitamente ospita un componente generale e una componente specifica. Il Secure Chip esegue algoritmi post-quantum, sistemi crittografici sicuri sia contro elaboratori classici, sia contro eventuali decifratori quantistici, qualora venissero messi a punto. Parte dell’hardware del chip serve quindi ad eseguire questi algoritmi. Ma quali?

Subito prima dell’annuncio del Secure Chip, un articolo sul sito Telsy si occupa di un filone della crittografia, il Syndrome Decoding Problem, annunciando successivi approfondimenti sul filone PQC, post-quantum cryptography. E’ lecito attendersi una stretta correlazione.

Made in Italy?

Effettivamente in svariati casi Telsy sottolinea il Made in Italy, il che farebbe supporre una manifattura locale. Altrove ci si limita a sottolineare che sia stato designed, progettato, in Italia. Sarebbe interessante scoprire quali parti sono state progettate in Italia, quali vengono realizzate e dove sia l’assemblaggio. Nei termini degli sforzi europei, inoltre, sarebbe interessante anche conoscere la filiera che riguarda anche i materiali di produzione e quelli di lavorazione.

Microchip, microcontroller o microprocessore?

Nella comunicazione si fa un uso disinvolto di alcuni termini. In particolare, si usano come equivalenti microchip, microcontroller e microprocessore. Qualsiasi divulgazione deve usare termini chiari.

In questo caso si tratta di un microcontroller, viste le dimensioni del chip nel wafer presentato e le informazioni generali fornite finora. Peraltro, date le attuali geometrie nanometriche usate nello stato dell’arte, per alcuni di questi prodotti sarebbe ora di passare al termine “nanocontroller”.

Il wafer presentato alla conferenza stampa mostra anche che tecnologicamente il chip è “abbastanza” avanzato. Aggettivi ed avverbi sono il trucco del comunicatore scarso, mi rendo conto, ma al momento non è possibile essere più precisi.

Interrogato, non rispose

Le informazioni disponibili sono interessanti ma sembrano incomplete. Come sottolineato dalle varie perplessità mostrate finora in questo articolo, l’importanza dell’annuncio richiedeva un approfondimento. Ho quindi contattato Telsy, cioè TIM, chiedendo informazioni sulle effettive componenti (controller, hardware crittografico), sulla effettiva tecnologia e azienda di produzione; se possibile, sulla filiera. Più complesso sembra avere dettagli sui rapporti con il Chips Act, i fondi europei e la Fondazione Chips.it, nuovo fulcro della micro/nanoelettronica italiana.

Ho chiesto, ma non ho avuto risposta. Mandando una mail all’ufficio stampa TIM sono stato richiamato da un collega delle PR, che mi ha chiesto cosa volessi e per conto di quale testata. Alla richiesta parlare con qualcuno per precisazioni tecniche mi ha prima chiesto se avessi ascoltato o letto le parole del ministro Urso, poi mi ha detto che avrebbero valutato la mia richiesta e che, qualora fosse stata ritenuta valida, sarei stato ricontattato.

Siamo nel mondo del real time. L’annuncio è del 14 dicembre, quando scrivo è 21 dicembre e queste informazioni non sono ancora disponibili. Probabilmente lo saranno in un vicino futuro, in una strategia comunicativa a passi successivi che oggi non è possibile commentare.

(Le immagini e i video messi a disposizione finora da Telsy sono generiche e non forniscono informazioni dettagliate).

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Leo Sorge
Leo Sorge
Leo Sorge è laureato in ingegneria elettronica, ma ha preferito divulgare scienze e tecnologie reali o presunte. Ritiene che lo studio e l’applicazione vadano separate dai risultati attesi, e che l’ambizione sia il rifugio dei falliti. Ha collaborato a molte riviste di divulgazione, alle volte dirigendole. Ha collaborato a molti libri, tra i quali The Accidental Engineer (Lulu 2017), Lavoro contro futuro (Ultra 2020) e Internetworking (Future Fiction 2022). Copia spesso battute altrui, come quella sull’ambizione e anche l’altra per cui il business plan e la singolarità sono interessanti, ma come spunti di science fiction.

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