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La difficile strada dell’AI europea

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È stato durante la recente cerimonia di inaugurazione del 163mo anno accademico del Politecnico di Milano che Mario Draghi ha provato nuovamente a sferzare l’Europa, dopo averlo già fatto in numerose occasioni internazionali, l’ultima proprio a Bruxelles lo scorso settembre, a un anno circa dalla presentazione, davanti al Parlamento europeo, del suo Rapporto sulla Competitività. E anche questa volta, nell’analisi dell’economista, la tecnologia assume il ruolo di base primaria di innovazione per un rilancio sociale ed economico-competitivo. Anche Draghi concorda sulla nuova dimensione dell’intelligenza artificiale: non solo ultima performante tecnologia sviluppata, ma vero e proprio modello di trasformazione strutturale di interi settori merceologici nonché di società e persone.

Ecco alcuni punti a supporto della tesi: solo l’adozione dell’AI su larga scala potrebbe consentire all’Europa di coprire parzialmente il divario, sempre maggiore, con Stati Uniti e Cina. La chiave di lettura di Draghi, per avvicinarsi all’obiettivo, sta in una inderogabile quanto veloce deregulation. Perché negli ultimi vent’anni siamo passati da essere un continente che cercava di competere con le sue imprese sul piano dell’innovazione accogliendo nuove tecnologie a una realtà che via via ha introdotto barriere e limiti all’adozione tecnologica. Nella prima fase della rivoluzione digitale, la produttività europea è scesa a circa la metà del ritmo statunitense, ora questo schema, secondo Draghi, si ripete con l’intelligenza artificiale.

Il quadro normativo attuale è troppo rigido, restrittivo, non favorisce gli investimenti e la crescita, mentre continua una frammentazione, amministrativa ma anche culturale, che non agevola di certo la circolazione di idee. La precedente, attuale e probabilmente futura situazione di incertezza della competizione sui mercati, che ormai sta diventando strutturale, richiede adattabilità che solo una volontà e scelte politiche coerenti e coese possono dare. In termini pratici, secondo Draghi, in condizioni di incertezza una politica efficace, meno burocratizzata, richiede di rivedere le ipotesi e adeguare rapidamente le regole man mano che emergono evidenze concrete sui rischi e i benefici. In questo quadro, le tecnologie vengono considerate come un forte acceleratore per migliorare lo stato di salute del Vecchio Continente.

Dalla vision alla complessità attuativa

Tutto chiaro ma…se l’AI è tecnologia strutturale di cambiamento del business e della società, i numeri in gioco, per una sua adozione su larga scala, sono tali che si richiedono scelte importanti e una vision condivisa che si possono concretizzare solo proprio grazie all’unità politica e di intenti che Draghi auspica per l’Europa. Prendiamo ad esempio, tra i molti problemi da affrontare in modo coordinato, il tema dell’inquinamento ambientale e la necessità di produzione di energia per i nuovi data center, le AI factory, tra loro connesse attraverso intelligent high speed networking.

I ricercatori della Cornell University hanno di recente concluso un approfondito studio per misurare l’impatto ambientale della domanda di energia che questi mega data center necessitano per le elaborazioni AI. Rispetto ai data center tradizionali, infatti, le AI factory hanno un’esigenza di consumo energetico molto superiore dovuto al fatto di dover operare in modo continuo nella produzione di modelli, token e in genere elaborazioni ad alta intensità su grandi data set di dati. Maggiori integrazioni e orchestrazioni necessitano ad esempio proprio con sistemi di backup e di erogazione variabile di elettricità in funzione dei picchi, con il networking e in genere con tutte le architetture elaborative coinvolte in quanto i carichi di lavoro possono variare in pochi secondi di ordini di grandezza. È quindi necessaria sia all’interno della factory sia tra i diversi cluster di factory distribuiti sui territori, una interconnessione e una governance intelligente e automatizzata, anche questa molto “energivora”, tra tutti i sistemi coinvolti. Agli attuali tassi di crescita dell’AI – hanno affermato i ricercatori della Cornell – verrebbero immessi in atmosfera da 24 a 44 milioni di tonnellate di anidride carbonica, con un consumo da 731 a 1.125 milioni di metri cubi d’acqua all’anno solo per il cooling. E non parliamo qui di aspetti legati alla security e alla privacy nella costituzione di un piano europeo di utilizzo massiccio dell’AI. Abbiamo ancora qualche dubbio che senza una visione strategica e una volontà politica europea comune sia molto difficile dare all’intelligenza artificiale quel ruolo di artefice nella crescita economica, di benessere, di innovazione tecnologica e sociale che ci si aspetta? Mentre la Russia chiede ormai apertamente agli Stati Uniti di allontanarsi dai propri alleati europei per far parte di un “nuovo Occidente”, è tempo che l’Europa, dopo l’iper-produzione normativa riesca “a scaricare a terra” progetti (in questo caso tecnologici) sempre più trasversali alle varie nazioni e soprattutto all’interno di una visione comune. Non perdendo certo le prerogative etiche, di sicurezza e di rispetto di privacy dei dati che hanno sempre messo l’Europa in una posizione di maggiore democrazia rispetto a una deregulation troppo spinta. Ma bisogna ormai anche fare i conti con il rischio concreto di contare sempre di meno. Stiamo ormai entrando in una nuova era geopolitica ed è arrivato il tempo, oltre che di decidere, di agire.

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