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I mostri di Enrico Baj contro la tecnologia disumana

I mostri di Enrico Baj contro la tecnologia disumana, I mostri di Enrico Baj contro la tecnologia disumana

Sarebbe lunga la lista delle ansie che oggi ci affliggono, che ci fanno pensare con un certo timore al futuro e che, lentamente ma ogni giorno, sembra possano erodere il nostro ottimismo e la nostra serenità. La mostra dedicata a Enrico Baj a cent’anni esatti dalla sua nascita, che si sta chiudendo a Milano, Palazzo Reale (fino al prossimo 9 febbraio, quindi siete ancora in tempo per vederla), ci aiuta però a muoverci nella “fluidità” e incertezza attuale e in mezzo a quella che sembra essere una diffusa pazzia dell’umanità dietro la quale, in realtà, vi sono interessi politici ed economici di cui spesso siamo solo inconsapevoli e manovrate pedine. Ecco allora che Baj, e parliamo di un’analisi sociale, filosofica, politica e di una conseguente produzione artistica che maturerà dal 1950 in poi, già 70 anni fa ci conduce per vie in grado di aiutarci nell’interpretazione della complessità attuale, allora non immaginabile ma già predetta.

Denunciando attraverso le sue opere le forme più odiose del potere, la vacuità del consumismo e una precisa critica legata a una pericolosa, già allora, deriva tecnologica esasperata, Baj ci fornisce una chiave di lettura per evitare il rischio di un appiattimento, condizionamento e omologazione culturale che le tecnologie digitali possono causarci. Soprattutto oggi, con l’Intelligenza Artificiale applicata in ogni tipo di contesto. Perfino quello artistico.

Vedremo brevemente il perché. Intanto un incipit “delizioso” tratto da uno scritto dell’artista: “L’allegria può distruggere il sistema perché al contrario delle nuove venerate divinità rispondenti ai nomi di Produzione e Consumo, essa è limite, regola interiore, è contentezza di sé e di cose semplici: non per miseria mentale, ma per saggezza”. La rilettura della realtà, secondo Baj, deve avvenire attraverso la fantasia, cosa che concretizza il concetto di Patafisica, i cui strumenti sono l’immaginazione e l’intuizione.

Andando oltre, potremmo riaffermare un concetto altre volte espresso: solo la continua ricerca individuale di contenuti artistici, pensiamo a film, libri, pittura e scultura, musica, teatro e performance in genere, possono aiutare a costruirci una visione originale e critica a protezione di un’omologazione culturale che ha seguito i ritmi e i modelli di una globalizzazione economica e tecnologica.

Non è questo il luogo per una disamina delle numerose influenze artistiche che contaminano l’opera di Baj, dal surrealismo, al cubismo con alcuni riferimenti all’opera di Picasso, a spruzzi di dadaismo. No, qui partiamo dalle importanti opere di Baj, come le figure di simpatici alieni (che ricordano ET) ma che in realtà possono inoculare il virus del consumismo, dell’ossessione del potere, della fede cieca nella tecnica che stanno invadendo e contaminando la società già a partire dagli Anni 50, per ricercare una chiave di lettura e una risposta alle angosce del nostro tempo.

Artista che ha esposto in tutto il mondo, ha conosciuto e lavorato con Adré Breton e Marcel Duchamp, Max Ernst, Lucio Fontana, Piero Manzoni, amico e conoscente di poeti e letterati come Edoardo Sanguineti, Italo Calvino, Umberto Eco, Renato Guttuso, le opere di Baj sono un caleidoscopio di tozzi generali urlanti in parata, dame delle corti europee realizzate con materiali vari che visti singolarmente sono oggetti comuni (tubi, maniglie, appendiabiti, gomitoli di lana, specchi, coccarde) ma che nell’insieme riescono perfino a ricostruire visi ed espressioni. Opere che nella loro rappresentazione grottesca richiamano anche un nuovo Giudizio Universale (L’Apocalisse – Baj) come quello di Michelangelo ma con demoni goffi e beffardi, urlanti di disperazione, danze macabre e un insieme psichedelico dove la visione magica e dissacrante dei personaggi, in realtà, vuole indicare in noi i veri protagonisti, dannati e sottomessi, di quest’opera; mentre altre opere guardano all’oppressione e alla violenza della guerra richiamandosi al Guernica di Picasso (I funerali dell’anarchico Pinelli – Baj 1972).

La tecnologia è una componente del sistema oppressivo cui l’arte di Baj pone una rilettura e una ricerca di salvezza. Non negava, Baj, in quegli anni, la grande utilità del calcolo. Era soprattutto automazione ed elaborazione dati. Non poteva immaginare il livello evolutivo che in meno di 70 anni avrebbero avuto le tecnologie digitali. Ne evidenziava infatti l’assenza di invenzione e di creatività davanti all’imprevisto, al dubbio, al contrattempo. “La logica delle contraddizioni, quale spesso la vita ci propone – continuava Baj – porta con sé la negazione dei modelli ‘risolutivi’”, associati al calcolo. Rifiutava la tecnologia e il controllo del dato piegato al controllo stesso delle situazioni, al monitoraggio ferreo e senza evasioni dell’agire comune.

Le fondamenta teoriche dell’opera di Baj sono quindi una vera e propria barricata contro l’avanzata del controllo e dell’omologazione diffusa delle persone, ai robot e all’automazione di cui, in quegli anni, si intuivano le pericolose implicazioni future. L’ironia, il grottesco, la fantasia sono le armi create da questo grande artista per difenderci dall’oppressione e dal male, in qualsiasi forma essi si presentino. Anche ai nostri giorni. “A nostro avviso c’è una sola arma di difesa e una sola scappatoia per sfuggire alla generale automazione e robotizzazione. Questa è costituita dall’immaginario e dalla necessità di fantasticare che portiamo in noi. […] Enrico Baj

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