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Governare le differenza tra agenti e persone

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Una delle trasformazioni portate dall’AI che avranno maggiore impatto nei processi lavorativi è la creazione di gruppi di lavoro composti da persone e agenti AI. Non è un’ipotesi futuribile, ma è già realtà in diversi ambiti: dai sistemi di customer service agli ambienti di sviluppo software.

In questo scenario un aspetto da considerare attentamente è che il tempo non è uguale per gli agenti AI e le persone. Le persone lavorano con orari, pause e limiti di attenzione. Gli agenti AI seguono un altro ritmo: eseguono attività più rapidamente, possono lavorare in parallelo e restano operativi sempre.

Questa differenza può produrre effetti distorsivi. Un agente può creare l’impressione che il ritmo naturale del lavoro umano sia lento, discontinuo o poco produttivo. Viceversa le persone possono essere risucchiate nelle tempistiche degli agenti e trovarsi a inseguire un flusso di output che non considera fatica cognitiva, qualità delle decisioni e necessità di selezionare ciò che conta davvero.

Per questo i team ibridi avranno bisogno di regole sul tempo, oltre che sui compiti. Gli output degli agenti devono essere ordinati per priorità, urgenza e rilevanza. La velocità degli agenti deve preparare meglio il lavoro umano, non saturarlo. Il valore non sta nella quantità di output generato, ma nella capacità di produrre informazioni utili quando servono e nella forma più adatta a sostenere una decisione.

C’è poi una provocazione che aiuta a capire la portata del cambiamento: una persona potrebbe trovarsi ad avere come riferimento operativo un agente AI. Non un capo in senso pieno, perché responsabilità, valutazione, gestione delle persone e decisione finale devono restare in capo all’organizzazione umana. Ma un agente potrebbe suggerire priorità, distribuire attività, indicare sequenze di lavoro, verificare avanzamenti, segnalare ritardi e proporre correzioni. In alcune funzioni operative, il coordinamento quotidiano potrebbe quindi arrivare anche da un sistema agentico.

Uno scenario di questo tipo può generare disagio. Le persone possono percepire l’agente come un controllore, un concorrente o un elemento che riduce la loro autonomia. Possono vivere male il confronto con sistemi che producono più velocemente, non si fermano e sembrano sempre disponibili. Possono anche faticare ad accettare indicazioni operative provenienti da un’entità digitale. Queste reazioni vanno considerate segnali organizzativi da governare, non semplici resistenze al cambiamento.

Le imprese dovrebbero, quindi, spiegare perché introducono gli agenti, quali problemi intendono risolvere, quali attività verranno trasformate e quali garanzie esistono per le persone. Inoltre dovrebbero definire perimetri chiari, responsabilità, tracciabilità delle azioni e possibilità di contestare o correggere ciò che l’agente produce.

Un passaggio non semplice, ma necessario, se si vuole riuscire a costruire un equilibrio efficace capace di usare la velocità degli agenti senza trasformarla in pressione sulle persone, sfruttare la loro autonomia senza perdere il controllo e introdurre nuove forme di collaborazione senza impoverire il valore del lavoro umano.

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