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Con l’AI, il cloud europeo può diventare leva per una politica industriale competitiva

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La dipendenza infrastrutturale è un altissimo ostacolo nell’attuale panorama tecnologico europeo, in particolare nel settore del cloud computing. La quasi totalità delle aziende europee si affida a infrastrutture cloud statunitensi come Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud Platform. Questa egemonia è stata conquistata sul campo grazie alla superiorità intrinseca offerta da queste piattaforme in termini di efficienza, velocità e competitività dei costi. L’iper-scalabilità e la commoditizzazione del calcolo, dell’archiviazione e della rete hanno permesso a servizi come S3 di AWS di diventare, di fatto, il motore di consumo e archiviazione di informazioni sovrane in Europa.
Questa centralizzazione solleva profonde preoccupazioni sulla sovranità dei dati e sulla potenziale leva geopolitica che ne deriva. Lo scenario ipotetico di una nazione europea ricattata per via della sua dipendenza dal cloud americano, seppur estremo, illustra chiaramente i rischi a cui l’Europa è esposta. Un caso recente riguarda la Danimarca: in contrasto alle mire degli Usa sulla Groenlandia, questo Paese ha annunciato la migrazione da Windows a Linux, per poi tornare indietro vista l’enorme difficoltà dell’operazione.
Nonostante questo grande problema geopolitico, è innegabile che l’adozione del cloud abbia accelerato il progresso tecnologico e l’innovazione, rendendo la potenza di calcolo facilmente accessibile e trasformando radicalmente il modo in cui le aziende operano e costruiscono nuovi servizi. Ma è ora di pensare a un cloud europeo.

L’AI può essere la svolta

In questo contesto di dipendenza, la posta in gioco si alza vertiginosamente con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Cifre sparate un po’ a caso e spesso negli anni passati, seppure a nostro avviso imprecise, valutano in oltre 12 trilioni di dollari il nuovo movimento economico globale generato proprio dall’AI tra il 2025 e il 2030. Questa cifra stratosferica, superiore al PIL combinato di Cina e dell’intera Europa, rappresenta un’enorme ondata di nuove attività e un’opportunità di sviluppo senza precedenti.
Quel che è certo è che la crescita anno su anno è valutata sempre maggiore del 32%, con alcuni settori aziendali che veleggiano verso il 45%. Poiché Gartner valuta al 40% il numero di progetti Agentic che verranno abbandonati nei prossimi tempi, le crescite reali dei sopravvissuti saranno certamente molto più elevate.
In questa rivoluzione l’Europa sarà un protagonista o un mero consumatore di infrastrutture altrui? L’AI, infatti, potrebbe trainare il cloud europeo verso acque più sicure e più pescose, invertendo la rotta tracciata dagli hyperscaler.

Servizi, sovranità o indipendenza?

Un punto centrale di riflessione riguarda la necessità di distinguere tra indipendenza tecnologica e sovranità. Mentre l’indipendenza tecnologica è considerata essenziale per mitigare i rischi di interruzioni e dipendenze (analoghi a quelli osservati nel settore energetico), il concetto di “sovranità” è spesso percepito come problematico e potenzialmente fuorviante. Interpretato rigidamente, rischia di sfociare nell’autarchia tecnologica, un obiettivo difficilmente realizzabile e economicamente insostenibile per il settore privato nel 2025. Non si tratta di isolarsi, ma di costruire una capacità di resilienza e autonomia strategica.
A ciò si aggiunge una differenza fondamentale spesso offuscata dalla narrativa dominante degli hyperscaler: quella tra beni e servizi tecnologici. La mancanza di produzione interna di beni (come i chip) concede tempo per reazioni e adattamenti in caso di crisi. La cessazione di un servizio cloud, invece, comporta un’interruzione immediata e totale delle operazioni, un disastro potenzialmente catastrofico per un’azienda o un’amministrazione pubblica. Una narrativa suggerisce che l’Europa non possa competere perché non produce l’hardware sottostante, ma è fuorviante; il problema più acuto risiede nella dipendenza dai servizi operativi, e quello è il vero mercato sul quale si può fare la differenza.

Competitività con normative e resilienza

Partendo da queste basi, l’Europa deve adottare un approccio pragmatico e strategico, ad esempio definendo e promuovendo best practice europee per architetture multi-cloud e ibride, basate su standard aperti per facilitare la portabilità dei dati e ridurre rischi e costi di lock-in.
La competitività risultante dalle normative va valutata correttamente. C’è il rischio di una farraginosa interpretazione di AI Act e Digital Markets Act (DMA). Pur mirati a etica, sicurezza e concorrenza, introducono oneri normativi che potrebbero penalizzare le aziende locali rispetto ai giganti globali, rallentare l’innovazione europea e rendere più complessa l’interoperabilità. Al contrario, la direttiva NIS2 (Network and Information Systems Directive 2) rappresenta un chiaro beneficio. Spingendo per standard più elevati di resilienza e cybersecurity per un’ampia gamma di settori, NIS2 crea una domanda intrinseca per servizi cloud che garantiscono un elevato livello di sicurezza e sovranità su tutta la filiera, favorendo i provider europei che operano sotto le stesse normative e giurisdizioni.

L’Europa ha certamente l’opportunità di definire un nuovo modello di cloud computing che non sia semplicemente una replica di quelli esistenti, ma un pilastro di una politica industriale strategica e competitiva. Ciò richiede un equilibrio delicato tra apertura all’innovazione globale e la costruzione di capacità e resilienza interne. L’obiettivo non è bandire i fornitori esterni, ma creare un ecosistema dove le scelte tecnologiche siano dettate da strategia, sicurezza e valori europei, non dalla mera assenza di alternative.

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