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Il tuo team non ha tempo per formarsi? Stai cercando la risposta nel posto sbagliato

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Prima di acquistare un altro corso, vale la pena verificare se il vero collo di bottiglia sia altrove: nel modo in cui il lavoro viene progettato, assegnato e accompagnato.

Il team di sviluppo deve padroneggiare una nuova architettura cloud entro sei mesi. La piattaforma di e-learning offre corsi pertinenti, il budget è disponibile. Eppure, alla prima riunione di avanzamento, la risposta è sempre la stessa: “Non abbiamo avuto tempo”.

Non è necessariamente pigrizia. Spesso la formazione viene trattata come un task aggiuntivo da inserire in calendari già saturi. Il risultato è prevedibile: corsi completati rapidamente, nozioni che evaporano e difficoltà nel trasferire quanto appreso nel lavoro quotidiano.

È il paradosso della formazione separata dal lavoro reale: più la trattiamo come un’attività distinta dalla produttività, più rischia di essere sacrificata.

Il lavoro come motore di apprendimento

Conosciamo bene la narrativa sul valore del fallimento. Ma il fallimento, da solo, non insegna nulla. Diventa generativo solo quando viene interrogato: quando rende visibile la distanza tra il modello e la realtà.

Nei sistemi complessi, è proprio in questo scarto che emergono interdipendenze, fragilità e assunzioni implicite che un corso difficilmente riesce a riprodurre integralmente. Un evento critico diventa apprendimento organizzativo solo quando viene riletto attraverso retrospettive, postmortem, confronto tra pari e azioni preventive. Non è necessario attendere un incidente reale. Sandbox, simulazioni, tabletop exercise, game day, pairing e review tecniche permettono di allenare competenze complesse riducendo l’esposizione al rischio.

L’apprendimento più solido nasce dall’integrazione tra esperienza concreta, riflessione strutturata e applicazione progressiva. Per questo il vero ambiente di apprendimento è già presente nelle otto ore quotidiane di ogni collaboratore. La questione è se venga progettato intenzionalmente oppure lasciato al caso.

Due forme di valore

Ogni attività possiede due dimensioni: il valore organizzativo, cioè il contributo ai risultati di oggi, e il valore di sviluppo, ossia quanto permette alla persona di ampliare competenze, autonomia e capacità decisionale. Quando le attività critiche vengono affidate sempre alle stesse persone, l’azienda ottiene efficienza nel breve periodo ma costruisce fragilità nel medio termine. Aumentano i single point of failure, cresce la dipendenza da pochi specialisti e diminuisce la capacità del team di affrontare nuove sfide.

Steven T. Hunt propone una bussola utile per osservare il portafoglio di attività affidato a ciascuna persona. Non è una formula rigida, ma una lente per capire se il lavoro quotidiano stia costruendo competenze oppure si limiti a consumarle:

  • 45% sviluppo guidato dal business: attività che generano risultati e, nello stesso tempo, espongono la persona a sfide non ancora pienamente padroneggiate;
  • 45% lavoro funzionale: attività già svolte con competenza, necessarie per garantire continuità e consolidamento;
  • 10% sviluppo guidato dalla persona: spazio per esplorare interessi, strumenti e ipotesi senza pretendere un ritorno immediato;
  • sottoutilizzo vicino allo zero: lavoro che non genera né valore significativo per il business né crescita.

Una cultura dello stretching continuo non produce necessariamente sviluppo. Senza una base stabile, rischia di generare soltanto sovraccarico. Allo stesso modo, il sottoutilizzo cronico non è soltanto un problema motivazionale: riduce il valore prodotto e alimenta il disingaggio.

Il manager come architetto dell’esperienza

Affidare i compiti più importanti a chi sa già svolgerli perfettamente è una scelta comprensibile. Nel breve termine, spesso è anche la più razionale. Nel medio periodo, però, può trasformarsi in una trappola: pochi specialisti diventano indispensabili e costantemente sovraccarichi, mentre i profili ad alto potenziale non ricevono mai le sfide necessarie per crescere.

Il manager che adotta uno stile coaching riesce ad aprire prospettive diffferenti passando dalla domanda più ovvia: “Chi è la persona migliore per questo compito?” a quella piu’ generativa: “Chi potrebbe crescere di più svolgendolo, con il giusto livello di supporto?”.

La soluzione non è affidare improvvisamente l’ownership a chi non è pronto, ma costruire una progressione intenzionale della responsabilità. La guida resta inizialmente nelle mani di una figura esperta. Chi deve crescere osserva, affianca, partecipa alle review tecniche e assume porzioni circoscritte di autonomia. Pairing, shadowing, runbook e checkpoint regolari riducono il rischio. Nel tempo, la delega si amplia e le retrospettive trasformano l’esperienza in apprendimento condiviso.

Il nodo del talent hoarding

Un fenomeno collegato è il talent hoarding: la tendenza di alcuni manager a trattenere i collaboratori migliori per non perdere efficienza nel proprio team. È un comportamento comprensibile se la valutazione manageriale premia quasi esclusivamente i risultati di breve periodo.

Il costo organizzativo, però, è elevato: rallentano la mobilità interna e la circolazione delle competenze, mentre aumentano le dipendenze locali. Per contrastarlo non bastano dichiarazioni di principio. La responsabilità di un manager non consiste soltanto nel garantire i risultati del proprio team, ma anche nel costruirne la capacità futura: diffondere il know-how, preparare successioni interne e sviluppare persone in grado di assumere responsabilità più ampie.

Vedere il proprio futuro

La psicologia sociale parla di possible selves: rappresentazioni di ciò che potremmo diventare, vorremmo diventare o temiamo di diventare. Una prospettiva futura è più motivante quando si collega a passaggi riconoscibili.

A volte serve una conversazione manageriale precisa: “Questo progetto ti permetterà di acquisire visibilità sull’architettura distribuita. Lavorerai accanto a una persona esperta e assumerai gradualmente maggiore autonomia. È uno dei passaggi che possono prepararti a guidare il prossimo refactoring”.

Se la crescita diventa parte della progettazione del lavoro, deve diventare anche osservabile: non soltanto ore di formazione e certificazioni, ma diffusione delle competenze critiche, riduzione dei single point of failure, mobilità interna e capacità di assumere responsabilità più ampie.

La prossima volta che il team dice di non avere tempo per formarsi, fermiamoci prima di acquistare un altro corso. Il problema potrebbe essere l’assenza di una progettazione deliberata del lavoro come ambiente di crescita.

In un’epoca in cui le competenze diventano obsolete più rapidamente di quanto le organizzazioni riescano ad aggiornarle, questa non è una riflessione accessoria sul benessere aziendale. È una condizione per restare competitivi.

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