
Ha fatto una grande fatica Luciano Floridi, John Castle Professor in the Practice of Cognitive Science e founding director del Digital Ethics Center alla Yale University a non lasciarsi andare ai suoi classici, alle teorie filosofiche degli antichi che rappresentano per lo studioso la base sulla quale ha declinato nel tempo i principali fenomeni evolutivi della rivoluzione digitale e attualmente, nella fattispecie, quella guidata in questi anni e nei prossimi, dall’intelligenza artificiale.
Sì, perché se c’è una tecnologia che esonda nei territori presidiati dai grandi pensatori del passato che trattano l’essenza umana, l’etica, l’esperienza e il vissuto di ogni individuo, questa è senz’altro l’AI.
E allora, chi meglio di una delle voci più autorevoli della filosofia contemporanea poteva fornirci alcune ipotesi di prospettiva nell’utilizzo tecnologico e soprattutto nelle future relazioni tra esseri umani e AI? L’occasione è stato un incontro ideato da Action Holding attraverso il progetto “Orbits-Dialogues with Intelligence”, orientato, attraverso un tour internazionale, a creare un percorso di analisi per capire le dinamiche relative al rapporto AI-esseri umani, cercando una corretta declinazione umano-centrica in relazione alla fortissima diffusione di queste tecnologie.
Un patrimonio che dimentichiamo di avere
Cosa definisce chi siamo? Cosa dà significato alla nostra esistenza, alla nostra vita sociale e ci consente una serie di chiavi interpretative dei fatti del mondo rivestendo il nostro vivere di conoscenza, esperienza, cultura? Il capitale semantico, quel bagaglio di contenuti in grado di migliorare la capacità di essere e di vivere di una persona, dando senso e significato.
Si tratta di un patrimonio che va costantemente allineato e riadattato al mondo che cambia e che come qualsiasi altro bene va preservato, con il rischio, laddove non venisse di continuo aumentato e valorizzato, che possa deprezzarsi e svilirsi. Qual è allora la prima relazione tra questo capitale e la tecnologia? Quanto più le informazioni circolano, tanto più aumenta la possibilità di distruggere il capitale semantico perché questo patrimonio viene spesso esposto a “tsunami” di informazioni superficiali che tendono ad appiattire la conoscenza verso il basso. Cosa è allora oggi l’intelligenza artificiale? Come considerarla? Va intesa, secondo Floridi, come una “meccanizzazione del capitale semantico”. E questo è un punto dirimente per poter usare con consapevolezza, oggi e in futuro, queste potenti tecnologie. Facciamo però prima un passo indietro per stabilire meglio i rapporti (tra AI e persone) e le quantità (i dati, da cui deriva la conoscenza).
Numerose sono le fonti che stimano il volume dei dati annualmente creati sul nostro pianeta. Ad esempio IDC valuta che nel 2025 siano stati generati 181 Zb di dati (1 Zb = 1 miliardo di TeraByte), una quantità sterminata. Una persona riceve in media 90 Gbyte di dati sensoriali al giorno, circa 30-33 Tb all’anno. Moltiplichiamo questa cifra per la nostra età e consideriamo poi il numero di abitanti sulla terra, circa 8 miliardi, e potremo avere una maggiore percezione del volume annuale della nostra conoscenza ed esperienza.
Pappagalli stocastici
Tutto ciò per dare un’idea a quale bacino di contenuti stiamo consentendo l’accesso di questi sistemi. E qui giungiamo a un punto di forte sottolineatura: non va mai dimenticato come i modelli di AI, seguendo una metafora diffusa nel settore, siano di fatto dei “pappagalli stocastici” che ripetono ciò che hanno sentito ma con elementi di casualità. Sono “attrezzi”, come spesso li ha definiti Floridi, che combinano parole basandosi su probabilità statistiche derivate dai dati con cui noi li abbiamo addestrati. E in questa casualità alquanto frequenti sono le “allucinazioni”, risposte sbagliate e fuori contesto e logica, in quanto questi sistemi non hanno capitale semantico, non tengono conto dell’ambiente e non sviluppano una capacità interpretativa evoluta, almeno per ora (vedremo se e quando diventerà realtà la neuro-symbolic AI, tecnologie che integrano reti neurali, ideali per l’apprendimento da grandi data set, con l’AI simbolica, capace di ragionamento evoluto, apprendimento anche di contesto, gestione di simboli e modelli cognitivi raffinati). Si tratta di uno snodo culturale importante: accettare di usare tecnologie di AI sempre più evolute ponendosi dalla parte di chi le governa, e non esserne governati. Un approccio che richiede controllo, analisi critica, consapevolezza e arricchimento continuo del proprio capitale semantico. “C’è da chiedersi – ha detto Floridi – dove abbiamo sbagliato”: e qui il pensiero va inevitabilmente a chi oggi utilizza massicciamente queste tecnologie, le giovani generazioni in primis, che spesso tendono ad accettare acriticamente tutto ciò che questi sistemi propongono, non mettendo davanti a questi risultati il proprio essere persone, il proprio capitale semantico come chiave di lettura. Il discorso si inoltrerebbe poi su territori più “fraudolenti”: percorsi di creazione di condizionamenti di massa, operazioni di appiattimento culturale per un maggior controllo di persone e organizzazioni allo scopo di aumentare ricchezza e potere, ma rischieremmo di finire fuori tema.
Emergerà chi dal capitale semantico deriverà valore
Nel frattempo sul lato business, la trasformazione Agentic AI è in corso in molti settori (legal, finance, customer support, supply chain, IT support, sanità, Hr). Tuttavia la ricetta è sempre la stessa: pur essendo in atto arricchimenti funzionali per dare a questi sistemi aumentata comprensione, consapevolezza e attendibilità rispetto al contesto, serve controllare, non essere controllati. Come avvenuto in passato per altre tecnologie, anche per l’AI fra breve – Floridi pensa a un lasso di tempo di 15-20 mesi – ci sarà una spartizione del mercato, con specializzazioni per settori, per ambiti applicativi, definita dal filosofo una “pace digitale” tra competitor. Quando ciò avverrà, la differenza la faranno i dati, cioè la capacità di valorizzare i propri contenuti, il proprio capitale semantico evitandone il depauperamento. Pensiamo solo alla quantità e qualità dei dati e del valore del capitale semantico presente nelle lavorazioni e nelle culture delle piccole e medie imprese. Le opportunità emergeranno attraverso la capacità, nei vari settori di business, di sviluppare e sostenere servizi ad alto valore aggiunto. E serviranno figure in grado di accompagnare le imprese in questa valorizzazione. Ma è questa la strada per evitare una subalternità all’AI o peggio ancora un’inefficienza nella propria capacità competitiva. “L’AI appiattirà ma emergerà chi dal proprio capitale semantico, saprà derivare valore” ha concluso Floridi.

