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Chi resta e chi cambia con l’AI. L’analisi di Privacy Week

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L’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro non riguarda più solo compiti ripetitivi o a bassa specializzazione. Quello che fino a poco tempo fa sembrava riservato a call center, traduzioni automatiche o grafica generativa sta rapidamente toccando anche mestieri ad alta intensità cognitiva. L’automazione avanza più veloce delle previsioni, mettendo in discussione ruoli consolidati come il ricercatore, l’analista di mercato, l’insegnante online, il contabile.

Al tempo stesso, la tecnologia non cancella soltanto: trasforma. A fianco dei mestieri in bilico ne emergono altri, centrati sull’uso consapevole e sul controllo dell’intelligenza artificiale stessa. Figure come gli specialisti di addestramento dei modelli, gli analisti di dati sintetici o i professionisti della sicurezza informatica diventano sempre più centrali per le aziende. Il lavoro non sparisce: cambia. E con esso cambiano le competenze da cercare, sviluppare e aggiornare.

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Matteo Navacci, Co-Founder Privacy Week

Approfondiamo l’argomento con Matteo Navacci, Co-Founder Privacy Week, che ci illustra le 10 professioni che non ci saranno più e quelle che stanno arrivando.

Sistemi avanzati come Deep Research – un agente AI progettato per automatizzare l’analisi e la sintesi delle fonti, permettendo di ottenere report dettagliati in poche ore per un costo di soli 2.400 dollari all’anno (meno del costo mensile di un professionista) e Cristal Intelligence – sistema avanzato di intelligenza artificiale sviluppato da SoftBank e OpenAI per il mercato giapponese, con il potenziale di evolversi verso un’AGI (Artificial General Intelligence) stanno riducendo significativamente il lavoro umano nel campo della ricerca, della consulenza e dell’analisi dati. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nelle economie avanzate circa il 60% dei posti di lavoro può essere influenzato dall’intelligenza artificiale, con metà di questi che potrebbero beneficiare in termini di produttività, mentre l’altra metà rischia una diminuzione della domanda di manodopera, con possibili riduzioni di salari e assunzioni.

“La velocità con cui questi sistemi stanno diventando operativi nella sostituzione del lavoro umano è qualcosa che fino a poco fa era sottovalutato –  sottolinea Navacci – soprattutto nel campo delle attività intellettuali.”

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nelle economie avanzate circa il 60% dei posti di lavoro può essere influenzato dall’intelligenza artificiale, con metà di questi che potrebbero beneficiare in termini di produttività, mentre l’altra metà rischia una diminuzione della domanda di manodopera, con possibili riduzioni di salari e assunzioni.

E la domanda che sempre più spesso ci facciamo è ma chi sarà il primo a essere sostituito? Se si è sempre creduto che l’intelligenza artificiale avrebbe sostituito per primi gli sviluppatori di software junior, i designer grafici, i traduttori e gli operatori di customer service oggi stiamo sempre di più realizzando che l’automazione sta rapidamente penetrando anche in ambiti meno prevedibili, come la ricerca scientifica, l’analisi di mercato, l’insegnamento, la contabilità e la revisione. E questi sono solo alcuni esempi.

“Non è più solo questione di mansioni operative o ripetitive. L’automazione sta spostando il suo baricentro e toccando professioni a medio-alta specializzazione,” osserva ancora Navacci.

La realtà è che l’automazione non si limita più a supportare il lavoro umano, ma in molti casi ne riduce drasticamente il bisogno. Aziende e istituzioni non avranno più bisogno di grandi team per analizzare dati, scrivere report o generare strategie: basterà un agente AI per gestire gran parte del processo.

“Il vero punto critico ora non è se verremo sostituiti, ma chi saprà adattarsi per tempo a una nuova configurazione del lavoro” conclude il manager.

Ma è “chi sarà il primo a essere sostituito?” la vera domanda che dobbiamo porci?

In questo scenario, l’Europa rischia di rimanere indietro. Mentre Stati Uniti, Giappone e Cina investono miliardi nello sviluppo di intelligenze artificiali sempre più sofisticate, l’Unione Europea introduce regolamentazioni sempre più stringenti. L’IA Act, con le sue 140 pagine di restrizioni, sembra più concentrato a definire cosa non si può fare, piuttosto che incentivare l’innovazione. Certo, la regolamentazione è necessaria per evitare abusi e proteggere i diritti dei cittadini, ma un eccesso di vincoli rischia di trasformare l’Europa in una terra di burocrati piuttosto che di pionieri tecnologici. Nel frattempo, le aziende europee si trovano già costrette a importare soluzioni IA sviluppate altrove, con il paradosso di dover pagare per accedere a un’innovazione che avremmo potuto sviluppare in casa.

Il futuro del lavoro e la normativa

Se ci sono diversi studi e analisi che indicano che l’intelligenza artificiale (IA) non solo sostituirà alcuni posti di lavoro, ce ne sono altri che sostengono che ne creerà anche di nuovi. Secondo il World Economic Forum (WEF) – Future of Jobs Report 2023, entro il 2027, l’IA e l’automazione creeranno circa 69 milioni di nuovi posti di lavoro, mentre circa 83 milioni saranno eliminati, portando a una transizione nel mercato del lavoro piuttosto che a una semplice perdita netta di posti di lavoro. I settori in crescita includono AI specialists, data analysts, cybersecurity, ingegneri dell’automazione e esperti in sostenibilità. Anche un rapporto di McKinsey stima che entro il 2030 tra il 5% e il 10% dei nuovi lavori saranno legati direttamente all’IA e alle tecnologie emergenti. Professioni legate alla creazione, manutenzione e regolamentazione dell’IA saranno sempre più richieste. L’IA sta trasformando il mondo del lavoro, ma non significa necessariamente che causerà una disoccupazione di massa. Piuttosto, sta accelerando la necessità di reskilling e upskilling, con una transizione verso lavori più avanzati e creativi.

Il futuro del lavoro è già qui, e non si può fermare. Ma soprattutto non aspetterà che l’Europa finisca di discutere le proprie normative. La rigidità normativa dell’Unione Europea, pur mirata a garantire sicurezza e tutela, rischia di rallentare l’adozione dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, frenando così non solo l’innovazione, ma anche la creazione di posti di lavoro legati a questi settori emergenti. In un contesto globale in cui Stati Uniti e Cina avanzano rapidamente, un eccesso di regolamentazione potrebbe compromettere la competitività dell’Europa, ostacolando le opportunità di crescita economica e occupazionale legate alla trasformazione digitale.

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