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AI in azienda, l’adozione corre più della preparazione

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In Italia il 49% dei knowledge worker utilizza almeno una volta alla settimana gli strumenti di intelligenza artificiale messi a disposizione dall’azienda e il 32% dichiara di usare agenti AI. Intanto, in una ricerca globale condotta tra CIO e CTO di grandi imprese, l’84% degli intervistati afferma che i limiti dei sistemi legacy hanno già portato la propria organizzazione a cancellare almeno un progetto pilota o un’iniziativa di AI.

I dati provengono da due indagini differenti: l’HP Work Relationship Index 2026, dedicato al rapporto tra persone e lavoro, e lo studio di GFT Technologies, realizzato da Wakefield Research, sugli ostacoli all’adozione dell’intelligenza artificiale. Non sono percentuali direttamente confrontabili, ma offrono due prospettive utili per leggere la trasformazione in corso. Da una parte l’AI trova spazio nelle attività dei dipendenti; dall’altra, le imprese incontrano difficoltà nel costruire le condizioni necessarie per estenderne l’impiego.

Per i responsabili IT, la sfida è collegare questi due livelli: rendere disponibili strumenti utili alle persone e integrarli in un ambiente tecnologico e organizzativo capace di sostenerli nel tempo.

Il legacy mette un limite ai progetti AI

La ricerca GFT coinvolge 945 CIO e CTO di aziende con un fatturato annuo di almeno 500 milioni di dollari, distribuite in 19 Paesi. L’84% dichiara di aver dovuto cancellare almeno un’iniziativa AI a causa dei limiti dei sistemi esistenti. Il dato misura la diffusione del problema tra le organizzazioni rappresentate dagli intervistati, senza indicare quale quota del totale dei progetti sia stata abbandonata.

La criticità riguarda anche la sicurezza. Il 93% ritiene che utilizzare l’AI su infrastrutture obsolete senza prima modernizzarle finirà per provocare una crisi di sicurezza estesa all’intera azienda. Si tratta di una valutazione prospettica dei dirigenti intervistati, che evidenzia quanto il rischio sia percepito come rilevante.

La modernizzazione richiede però di valutare il patrimonio tecnologico esistente, individuando ciò che può continuare a generare valore e ciò che ostacola integrazione e scalabilità. È il punto sottolineato da Fabrizio Callery, CEO di GFT Technologies Italia: far evolvere i sistemi preservando le conoscenze e le caratteristiche che distinguono l’organizzazione.

Per le imprese, questo significa includere l’adeguamento delle architetture nella pianificazione dell’AI. Il costo di un’iniziativa comprende infatti anche gli interventi necessari a renderla utilizzabile nei processi aziendali.

La pressione sui risultati cresce

Alle difficoltà infrastrutturali si aggiungono le aspettative economiche. Nella survey GFT, l’89% dei CIO e CTO teme che gli investimenti globali nell’intelligenza artificiale possano aumentare più rapidamente del valore di business che la tecnologia è realisticamente in grado di generare.

Questa preoccupazione rende più urgente definire obiettivi e criteri di valutazione dei progetti. Tempi risparmiati, qualità del lavoro, riduzione degli errori e costi operativi sono possibili dimensioni da osservare, scegliendo quelle pertinenti al processo interessato. La diffusione di uno strumento, da sola, offre un’informazione parziale sui risultati ottenuti.

Anche la responsabilità delle decisioni pesa sui vertici tecnologici. L’89% degli intervistati da GFT teme che una scelta sbagliata relativa alla forza lavoro durante l’estensione dell’AI possa mettere a rischio il proprio posto. Solo il 20%, inoltre, ritiene che gli altri componenti della C-suite e del consiglio di amministrazione comprendano pienamente i rischi di sicurezza associati all’impiego dell’AI sui sistemi legacy.

Per il CIO emerge quindi un’esigenza di confronto con il vertice aziendale: rendere esplicite le dipendenze dei progetti, gli interventi preliminari e i rischi che accompagnano gli obiettivi di crescita.

I lavoratori usano l’AI, ma chiedono chiarezza

Il Work Relationship Index di HP osserva la trasformazione dal punto di vista dell’esperienza lavorativa. L’indagine ha coinvolto 19.506 lavoratori che svolgono attività da scrivania in 15 Paesi, includendo per la prima volta l’Italia.

A livello globale, il 59% dei knowledge worker utilizza quotidianamente o settimanalmente gli strumenti AI forniti dall’azienda, rispetto al 46% del 2025. In Italia la quota raggiunge il 49%. L’impiego dichiarato di agenti AI si attesta invece al 47% a livello globale e al 32% nel campione italiano.

La maggiore familiarità con questi strumenti convive con interrogativi sul futuro professionale. In Italia, il 48% dei knowledge worker che utilizza agenti AI ritiene che il proprio ruolo diventerà più difficile da definire, contro il 33% di chi impiega esclusivamente AI generativa.

Il risultato suggerisce che l’esperienza d’uso possa accompagnarsi a una maggiore consapevolezza dei cambiamenti in corso. Non dimostra, invece, che gli agenti siano la causa dell’incertezza. In questo contesto pesa anche la direzione indicata dalle organizzazioni: a livello globale, quasi la metà dei lavoratori afferma che la propria azienda non dispone ancora di una strategia AI chiara.

Comunicare quali attività si intendono trasformare, con quali obiettivi e con quali responsabilità diventa quindi parte dell’adozione. Lo stesso vale per la formazione: il 54% dei knowledge worker italiani indica nell’accesso a opportunità di aggiornamento delle competenze un aiuto per affrontare il cambiamento.

L’esperienza tecnologica entra nell’agenda del CIO

La ricerca HP attribuisce al supporto tecnologico il secondo posto tra i fattori associati a un rapporto positivo con il lavoro, dopo la fiducia nella leadership. In Italia, il 46% dei knowledge worker indica dispositivi più veloci e affidabili come principale abilitatore tecnologico.

È un richiamo alla qualità dell’ambiente di lavoro nel suo complesso. Le funzionalità AI si inseriscono in un’esperienza che dipende anche dall’affidabilità dei dispositivi, dalla continuità degli strumenti e dalla possibilità di accedere alle informazioni necessarie.

Per CIO e team IT, questo amplia i criteri con cui valutare l’innovazione. Alla disponibilità delle funzionalità si affiancano la facilità d’impiego, l’integrazione con le attività esistenti e il supporto alle persone che devono utilizzarle.

Le due ricerche, pur con campioni e obiettivi diversi, portano così l’attenzione sulle condizioni che accompagnano l’adozione dell’AI. Per imprese e partner ICT si apre uno spazio di lavoro che comprende valutazione dei sistemi, modernizzazione, integrazione, sicurezza e sviluppo delle competenze. Il valore dei progetti si gioca nella capacità di coordinare questi interventi e verificarne gli effetti sui processi aziendali.

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